Retroscena esonero Mourinho: lite e parole grosse con i Friedkin

Si è chiuso così un rapporto compromesso dalla notte di Budapest e in bilico da inizio stagione: i dettagli
Roberto Maida

ROMA - Un appuntamento mattutino a Trigoria. E il messaggio: «Vieni nel mio ufficio». Dan Friedkin ha pensato tutta la notte alla soluzione della crisi, poi ha deciso: game over. Era sbarcato apposta lunedì sera a Roma, convinto a voltare pagina, e non ha perso tempo, comunicando a José Mourinho l’esonero poco dopo le 8, alla presenza del figlio Ryan che aveva ispirato il cambio. L’allenatore non l’ha presa affatto bene: sono volate parole grosse in inglese, in un rimpallo di responsabilità tipico delle separazioni turbolente. Il presidente ha rimproverato a Mourinho certe mancanze, Mourinho ha risposto per le rime ricordando una serie di promesse non rispettate. Poi, intorno alle 9,30, la Roma ha pubblicato il comunicato che sanciva la fine: ci dispiace ma serviva «un cambiamento immediato». Avanti un altro, l’unico uomo sulla faccia della terra che potesse placare (in parte) la delusione dei tifosi per la detronizzazione dell’idolo: Daniele De Rossi, uscito da Trigoria da capitano ripudiato nel 2019 e rientrato meno di cinque anni dopo da salvatore della maglia. 


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Mourinho, ora basta

Chi pensa che Mourinho paghi i pessimi risultati della squadra, scivolata al nono posto in classifica ed eliminata dalla Coppa Italia dopo un deprimente derby, sottovaluta tremendamente i rapporti interni. La verità è che Mourinho ha perso la Roma per sempre a Budapest, dentro a una finale sfortunata e polemica, che ha provocato una reazione scomposta contro l’arbitro Taylor e una pretesa rumorosa verso i FriedkinMerito di più, non voglio più essere lasciato solo»). Da quel momento la sequela di provocazioni estive sul mercato non soddisfacente, compresa la foto nel ritiro di Albufeira con il vuoto del centravanti assente, unita alle valutazioni severe sul valore dell’organico, ha allargato il fossato ideologico tra le parti. Il resto è stato un lungo e logorante percorso verso l’addio, che si sarebbe potuto consumare anche prima: Dan Friedkin voleva cambiare tutto già dopo Genoa-Roma 4-1, a settembre, ma fu dissuaso dal mediatore più insospettabile, il direttore dimissionario Tiago Pinto, che non vedeva all’orizzonte un valido sostituto a breve termine alla quarta giornata di campionato. Il patron si era lasciato persuadere, a patto che la Roma reagisse subito sul campo. E Mourinho ha resistito grazie a due vittorie consecutive, Frosinone e Cagliari, che lo hanno accompagnato fino alla sosta di ottobre. 


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Roma, è una precipitazione

Ma se le fiamme si erano acquietate, il vulcano Friedkin non si è spento. A Trigoria raccontano che il presidente reagisse quasi ridendo a chi gli traduceva le ipotesi giornalistiche sul possibile rinnovo del contratto in scadenza. Questa eventualità, per le ragioni sopra chiarite, non è mai stata presa in considerazione. Neanche quando Mourinho, dopo la sconfitta di Bologna, ha lanciato il primo messaggio conciliante: «Voglio restare alla Roma, con qualunque progetto». Un modo di chiamare la proprietà a decidere in fretta sul da farsi. Ancora più incisive sono state le sue frasi dopo la vittoria contro la Cremonese in Coppa Italia, il 3 gennaio: «Non so se rimarrò alla Roma. Ma non posso credere che i Friedkin stiano cercando un altro allenatore alle mie spalle. Io per lealtà verso di loro e verso i tifosi ho rifutato diverse offerte, informando il presidente passo dopo passo». In realtà Mourinho sapeva che la Roma stava già preparando la successione. Friedkin aveva già contattato diversi colleghi più giovani, da Xabi Alonso del Bayer Leverkusen a Thiago Motta del Bologna. Tutto legittimo e tutto normale, anzi doveroso, quando mancano pochi mesi alla fine di un rapporto. Ma ulteriore motivo di frizioni interne, a stagione in corso.


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ROMA - Un appuntamento mattutino a Trigoria. E il messaggio: «Vieni nel mio ufficio». Dan Friedkin ha pensato tutta la notte alla soluzione della crisi, poi ha deciso: game over. Era sbarcato apposta lunedì sera a Roma, convinto a voltare pagina, e non ha perso tempo, comunicando a José Mourinho l’esonero poco dopo le 8, alla presenza del figlio Ryan che aveva ispirato il cambio. L’allenatore non l’ha presa affatto bene: sono volate parole grosse in inglese, in un rimpallo di responsabilità tipico delle separazioni turbolente. Il presidente ha rimproverato a Mourinho certe mancanze, Mourinho ha risposto per le rime ricordando una serie di promesse non rispettate. Poi, intorno alle 9,30, la Roma ha pubblicato il comunicato che sanciva la fine: ci dispiace ma serviva «un cambiamento immediato». Avanti un altro, l’unico uomo sulla faccia della terra che potesse placare (in parte) la delusione dei tifosi per la detronizzazione dell’idolo: Daniele De Rossi, uscito da Trigoria da capitano ripudiato nel 2019 e rientrato meno di cinque anni dopo da salvatore della maglia. 


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