Supercoppa Inter-Juve: una sfida, tanti segnali

Supercoppa Inter-Juve: una sfida, tanti segnali© ANSA
Alessandro Barbano

In panchina Fabio Capello e Roberto Mancini. In tribuna due grandi. Uno anche di nome, l’avvocato napoletano Franzo Grande Stevens, padre putativo del piccolo John Elkann. L’altro solo di fatto, Giacinto Facchetti. Un’altra Italia, quella in cui Juve e Inter si affrontarono per la prima, e fino a ieri unica volta, in Supercoppa. Venti agosto del 2005, stracolmi gli spalti del vecchio Delle Alpi. I bianconeri venivano da uno scudetto vinto nonostante otto pareggi e quattro sconfitte. Un altro calcio. Si segnavano appena due gol e mezzo a partita. Dopo la pandemia più di tre. All’Inter bastò quello di Veron all’inizio del primo tempo supplementare. Ma Capello recriminò per una rete regolare annullata a Trezeguet. Fuorigioco inesistente. L’assist era di un giovanotto di nome Ibrahimovic. 

La Juve era una corazzata con un’avaria a bordo, che un anno dopo l’avrebbe incagliata sulle secche di Calciopoli. Per l’Inter la vittoria fu un passaggio di testimone. Per cinque anni di seguito lo scudetto sarebbe stato nerazzurro. È questa l’unica analogia con i giorni nostri. Se stasera Inzaghi alza la Coppa al cielo, certifica un’egemonia che apre un ciclo. Ma Inter e Juve oggi raccontano la stessa fragilità del calcio italiano, con facce diverse. La faccia di una dinastia che, con Andrea Agnelli, ha provato a eternare la vittoria con l’azzardo, e che ora fa i conti con i debiti contratti e i risultati mancati. E la faccia di un’oligarchia cinese che ha i modi garbati del giovane Zhang, capace di fare buon viso a cattivo gioco tra gli incerti finanziari del padre e le fibrillazioni della holding familiare nel regime di Xi Ping. 

Negli ultimi anni Juve e Inter hanno speso più di ciò che avrebbero dovuto. La Juve lo ha fatto nel peggiore dei modi, credendo di proteggersi sotto l’ombrello di Ronaldo, salvo bagnarsi appena finché il portoghese segnava in bianconero, e naufragare nel diluvio quando l’ombrello si è chiuso. L’Inter lo ha fatto bene, con l’astuzia sottile, e sempre dietro le quinte, di Giuseppe Marotta, un manager con la stessa abilità di Moggi ma con in più una dose di umiltà che gli vale il senso del limite. Il patrimonio sportivo messo da lui in piedi ha le ali per librarsi in volo, sopra i piedi d’argilla di una società senza certezze. 

La partita di San Siro dirà se il primato nerazzurro è un’egemonia che apre un ciclo, o se il riscatto della Juve tiene aperta una transizione. È simbolico il valore del trofeo. Vale per lo spirito, meno per il portafoglio. Allegri, che con i conti è campione, guarda con un occhio alla Supercoppa e un altro al campionato e alla Champions. Per questo è tentato dal risparmiare quel poco di Joya che è rimasto alla Juve. 

Si gioca con spalti al cinquanta per cento nel cuore dell’Italia pandemizzata, ma non paralizzata. Duecentomila positivi e trecento morti si sfidano con il coraggio dei vaccini e la prudenza dei contatti. L’hanno capito tardi Szczesny e una ventina di atleti no-scienza, in ritardo sulla prima dose. Il portierone può giocare col solo tampone, ma non riunirsi in albergo con i compagni né salire sul pullman con loro. Se guarderà la partita dalla panchina, come pare, sarà un segnale giusto. 

Corriere dello Sport - Stadio

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