Pagina 2 | Klinsmann: "Troppa paura: italiani, provate a rischiare"
Cosa dobbiamo aspettarci dal Mondiale di Infantino?
«Gli americani gli spettacoli li sanno organizzare. Creeranno eventi di continuo, show due o tre ore prima della partita e anche dopo. Spero che gli stadi si riempiano, l’Italia ci sarà».
Perdona il gesto inelegante ancorché intercontinentale...
«Sono molto positivo».
Noi meno, la crisi è evidente.
«Seguo con interesse la serie A e anche la B dove gioca mio figlio Jonathan. Vedo spesso un calcio faticoso, difficile, poco piacevole, alla base c’è la paura».
Di chi?, di cosa?
«Gli allenatori temono di perdere il posto dopo tre sconfitte. Sostituzioni sempre dopo 55, 60 minuti, di solito conservative, difensive. È un calcio essenzialmente negativo, l’atteggiamento è comprensibile, ma limita la crescita dei giovani, del movimento. Pochi hanno il coraggio di rischiare un diciassettenne. Per questo l’affermazione di Pio Esposito è un fatto positivo per tutti. Chivu gli ha dato fiducia e lui ha risposto subito. Nelle Under 21, 19 e 17 avete ragazzi molto bravi, ma poi li perdete per strada. Per ottenere qualcosa dovete rischiare. L’ostacolo è culturale, non bisogna pensare alle eventuali cicatrici».
I rischi te li assumevi.
«Quando allenavo gli Stati Uniti notai Pulisic che a 17 anni giocava a Dortmund. Visto che c’era il timore che scegliesse la Croazia, fregai tutti facendolo giocare venti minuti in nazionale... (Sorride). Noi tedeschi sappiamo investire sui giovani, penso a Musiala, a Wirtz».
McKennie non l’hai allenato.
«No, ma lo conosco bene. Weston è un ragazzo speciale, in campo è imprevedibile. Fuori, sempre sorridente, positivo. È un po’ matto, ma ha grandi qualità».
Hai avuto una splendida carriera da calciatore, ma da allenatore il successo è stato inferiore.
«Mi sono divertito ovunque. In Germania nel 2006 è stato fantastico, l’Italia ha meritato il titolo. Di quella stagione ricordo i 42 viaggi aerei tra la Germania e la California. Al Bayern sono rimasto un solo anno per divergenze con la dirigenza».
Sono andato a riprendere un’intervista al Münchner Merkur rilasciata da Rummenigge, che era Ceo del club:
«Il mio più grande errore è stato prendere Klinsmann», testuale. «Bisogna essere onesti: Jürgen Klinsmann e il Bayern non erano fatti l’uno per l’altro. Non si adattava alla nostra cultura di club e alla nostra filosofia. Non era un allenatore nel senso più completo del termine, era più che altro un project manager».