Pagina 3 | Klinsmann: "Troppa paura: italiani, provate a rischiare"
«Il board del Bayern era composto da ex campioni, Kalle, Uli Hoeness, Beckenbauer, c’era una struttura consolidata, un gerarchia inattaccabile. Scelte tecniche, di mercato, visioni opposte, troppi problemi. Col Bayern sono però sempre connesso. La mia esperienza di tecnico... Con la nazionale americana ho fatto sei anni bellissimi, al Mondiale 2014 siamo usciti dal gruppo della morte eliminando il Portogallo di Ronaldo. Quarti in coppa America, dopo aver perso in semifinale dall’Argentina di Messi, e poi la Gold Cup. Con la Sud Corea siamo arrivati alla semifinale della Coppa d’Asia, ma la sera prima della partita due giocatori si sono picchiati a tavola. Addio serenità, addio spirito di gruppo, concentrazione e addio finale»
Sempre interista?
«Sfegatato e senza compromessi».
L’ultima volta c’eravamo visti a una cena a casa di Ernesto Pellegrini che dopo pochi mesi è morto.
«È stato un padre, un’impronta eccezionale sulla mia vita. Sono famose le cene a casa sua, momenti educativi. Le sue analisi erano lucidissime, vedeva sempre il quadro più grande, gli inglesi lo chiamano big picture. E non gli sfuggiva niente».
In che senso?
«Una sera esco con Nicola Berti e Aldo Serena».
Strano, proprio quei due...
«Diciamo che non ci risparmiamo e rientriamo molto tardi. La mattina dopo il presidente mi convoca in sede. Non capisco il motivo. Mi siedo e lui mi racconta con chi ero la sera prima, i locali che avevamo frequentato, cosa avevamo mangiato e bevuto e a che ora ero passato dal casello, ho sempre abitato a Cernobbio. “Non è un comportamento da professionista”, conclude».
E tu?
«Presidente, ha ragione».
C’era il Trap .
«Entusiasmo, un sorriso per tutti, positività, onestà. Diceva le cose guardandoti negli occhi».
Jürgen, pensi che gli americani possano insegnarci qualcosa?
«Negli Stati Uniti lo sport rientra nel sistema educativo, attraverso lo sport puoi accedere alle migliori università. Mio figlio ha frequentato Berkeley, che è rinomatissima, per due anni, prima di andare all’Hertha Berlino. Oggi il calcio è presente ovunque nel Paese, ci sono società anche nei piccoli centri. Non si può insegnare il calcio agli italiani, tuttavia...».
Metti sempre al primo posto i giovani.
«Mi interessano innanzitutto loro, come sono, come si formano. Guardo con curiosità a Lamine Yamal, Musiala, Wirtz, Pio Esposito. E mi chiedo se riusciranno a resistere a certi livelli per dieci anni, come hanno fatto Messi e Cristiano Ronaldo».
Ce la faranno?
«Rischiando».