Florenzi, la Roma, il Milan e quel biglietto per Tirana: “La mia nuova vita”

L'intervista esclusiva: oggi primo compleanno fuori dal campo. "Futuro da dirigente? Devo capire, stavo tornando in giallorosso con Mou..."
Chiara Zucchelli
9 min

ROMA - Roma non è stata sempre giusta con Alessandro Florenzi. È stato il primo capitano dopo Totti e De Rossi e già questo basterebbe a capire perché non gli sono mai stati fatti sconti. Valencia, Parigi e Milano sono state più clementi, gli hanno regalato, oltre a un paio di coppe e uno scudetto, anche qualche carezza. Poi ci sono stati Coverciano, la Nazionale, l’Europeo vinto: gioie assolute. Da qualche mese Florenzi parla spesso: ad esempio il podcast da milioni di visualizzazioni con Gianluca Gazzoli, quello della WSA, l’agenzia di Alessandro Lucci che lo segue da sempre e il ruolo (centratissimo) di opinionista a Sky Sport. «Ma raccontarmi non è la cosa che preferisco», chiarisce. Oggi compie 35 anni, per la prima volta lontano da un campo di calcio.

Nostalgia?

«No, ho smesso quando pensavo fosse arrivato il momento. Da una parte la mia vita è piena di cose, dall’altra mi sono preso un attimo per vedere, conoscere, capire, valutare. Scrivo».

Cosa?

«Tutto quello che mi colpisce, le cose che vorrei dire o anche quelle che tengo per me, ma penso sia giusto segnare».

In passato non era così loquace.

«Più parli, meno la tua parola ha valore. Il mio lavoro era un altro, vi ricordo. In ogni caso, penso di essere sempre stato molto lineare nei comportamenti. Quello che diceva la gente, permettetemi, non era un problema mio».

Florenzi non voleva fare le foto con i tifosi: vero o falso?

«Ma per favore, ne ho fatte e ne faccio molte. Dico sempre sì. Poi se mi chiedete: può essere che una volta ero con le mie figlie e magari ho detto di no perché c’erano loro ed era un momento delicato? O semplicemente avevano bisogno della mia attenzione? Sì, può essere successo».

Non ha avuto un bel rapporto con Totti.

«Falsissimo. Posso definire Francesco e De Rossi miei amici. Totti è una leggenda, Daniele un fratello, seguo il Genoa per lui e certe volte non vorrei essere nella sua testa. Fare l’allenatore deve essere duro eh…».

Quindi si vede dirigente?

«Non so dirlo con certezza adesso. Molte persone mi dicono che starei bene in panchina, altre dietro una scrivania. Mi piacerebbe, quello sì, parlare con i giocatori, lavorarci, essere d’aiuto. Ma non so ancora in che forma, lo giuro».

Contento del possibile ritorno di Totti nella Roma?

«Se sarà così, certo. È casa sua quella».

Torniamo al vero o falso: quando vide striscioni duri nei suoi confronti, e con Fonseca giocava poco, chiese la cessione. O almeno, di non essere più capitano della Roma.

«Bugia. Bugia gigante. Neanche per un istante ho anche solo pensato di chiedere una cosa del genere».

Rigiocherebbe una sola partita in carriera: Roma-Liverpool, 2018, semifinale di Champions.

«Confermo. Il ritorno, con il Var. Saremmo andati in finale».

Considera Gianluca Vialli una persona determinante nella sua vita.

«Confermo anche questo (si emoziona, ndr). Non basta questa intervista, non basterebbe un libro per descriverlo».

Voleva andare a Tirana, da tifoso, per la finale di Conference della Roma, ma ha rinunciato all’ultimo perché era un giocatore del Milan. 

«Vero, avevo il biglietto. Non andai perché avevamo appena vinto il campionato e avevo degli impegni».

Alberto De Rossi e Roberto Mancini sono stati suoi allenatori più importanti.

«Vero e falso. Nel senso: non so se sono stati i più importanti, ma sono stati determinanti per me. Alberto è un maestro, tutte le società dovrebbero avere una persona così al loro interno. Mancini è stato l’allenatore con cui mi sono sentito più sicuro».

Ha definito Zeman visionario e Maldini iconico.

«Verissimo».

“Rosicava” per i voti negativi in pagella.

«Mai, al massimo non ero d’accordo». (Ride, ndr).

Pensa di essere stato sottovalutato a Roma.

«Falso. Mi sono sempre dato il valore giusto, poi ognuno aveva e ha la sua idea. Totti e De Rossi erano e saranno sempre una cosa per la Roma, per noi altri romani non è facile, non lo è stato per me e non lo è per Pellegrini ora. Ma i paragoni sono stupidi. Io come loro ho dato tutto per la maglia fino all’ultima goccia. Chi vuole capire capisca, per gli altri amen. Basta».

Ancora adesso considera Trigoria casa.

«Questa è proprio vera. Per le persone che ci lavorano ogni giorno. Per me Antonio, il barista, è sempre stato uguale a un mio compagno. Io sono sempre stato me stesso con tutti, ho cercato di lavorare solo su me stesso e su cosa potevo cambiare io, non la narrazione che facevate voi giornalisti o facevano gli altri».

Anni fa stato uno dei primi calciatori molto presenti sui social: divenne virale il suo scarpino con le emoticon che celebrava il milione di follower.

«Ne capii, grazie a chi lavora con me, l’importanza. Cambiai il mio nickname in FlorenziperTelethon».

Considera Mbappé, suo ex compagno, il più simile a Ronaldo il Fenomeno.

«Vero anche questo. Ragazzo fantastico, oltre che calciatore straordinario, ci tengo a dirlo». 
 
Appassionato di numerologia.

«Verissimo».

Sta pensando a una sua scuola calcio come De Rossi, Bove, Totti e Aquilani.

«Non è vero, almeno per ora».

Mourinho voleva che tornasse alla Roma.

«Confermo, mi telefonò, si chiedeva come mai di me si dicesse che avevo litigato con tutti. Fatevi un giro a Trigoria e chiedete: non è vero niente. E anche Mourinho lo sapeva. Lui mi voleva e io avrei giocato per lui».

In un’intervista del 15 aprile 2017 al Corriere dello Sport disse: “Sarebbe bello giocare in altri posti, scoprirli, conoscerli. Però sarebbe bello fare anche come Francesco e Daniele”. Alla fine è andata come voleva?

«È andata come doveva andare».

Chi vince il campionato?

«L’Inter».

Milan e Roma in Champions?

«Allegri penso proprio di sì, Gasperini se la può giocare».

Se la Roma andasse in finale di Europa League la vedremmo a Istanbul?

Ci pensa. «A Tirana non c’ero e abbiamo vinto, a Budapest non c’ero e abbiamo perso. Quindi non ci sarebbero problemi di scaramanzia… Sai che non lo so? Intanto speriamo di arrivarci, poi decido. In caso il biglietto lo prendo…».


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