Elezioni Figc, Malagò favorito su Abete: il gioco dei voti e i segnali politici
ROMA - Uno punta a sfondare la soglia del 70% - il confine tra una vittoria comoda e un trionfo - l’altro a dimostrare che società e delegati, al netto delle intenzioni di voto delle componenti, abbiano apprezzato le sue prospettive di riforma e i tentativi di tenere insieme il sistema, avvicinandosi alla soglia del 40. Abete può perdere le elezioni facendo comunque valere il peso del suo mondo. Malagò, che si presenta con Serie A, Serie B, buona parte della C, calciatori e allenatori sul proprio carro, potrebbe vincerle ma cominciare il lavoro già con un’opposizione forte in consiglio. Guai a sottovalutare però le abilità politiche dell’ex presidente del Coni, che potrebbe anche erodere quel terzo di voti a disposizione dell’avversario dando un clamoroso segnale, utile pure a schienare gli ultimi tentativi di invasione della politica. C’è un netto favorito nella corsa alla Figc e da giovedì si è persino liberato dal fardello dell’ineleggibilità grazie al semaforo verde dell’Anac sulle presunte ma mai dimostrate “porte girevoli”. Tra due giorni, in qualsiasi caso, conterà il sostegno che il nuovo presidente riuscirà a catalizzare attorno a sé e come saprà farlo fruttare. Nell’ultima tornata elettorale Gravina è stato scelto con il 98,7%, eppure quella maggioranza granitica ha finito per togliere respiro alla sua volontà riformatrice.
Le proposte dei tifosi
La ricerca che proponiamo oggi in questo servizio, descrive in modo chiaro la volontà dei tifosi. Secondo Malagò, «il calcio ha bisogno di una stagione di ricomposizione». L’unanimità lui punta a raggiungerla tramite la competitività delle Nazionali - gli investimenti sui giovani, la priorità degli italiani, sono il perno della sua agenda - la sostenibilità economica, un piano per gli impianti, l’indipendenza dell’Aia e la credibilità delle regole, senza dimenticare la revisione del carico fiscale, l’introduzione della quota sul betting e il superamento dell’IRAP. La Serie A, che lo ha candidato con un plebiscito (Lotito escluso, ma mica per ragioni personali: lui voleva commissariare la federazione...), è definita «il principale asset industriale e mediatico, da proteggere». La Serie B? «Il laboratorio del talento». La Serie C?«Il punto in cui serve la riforma più concreta». E i dilettanti dello sfidante Abete? Per quel mondo, dove Malagò punta comunque a scalfire tra i 5 e i 10 punti percentuali di quel corposo 34%, la proposta è quella dell’introduzione di un fondo e di un tavolo permanente con il professionismo. Nel suo programma elettorale non si è imbattuto in numeri e format - l’idea graviniana di una B2 cuscinetto del professionismo e di una C nei dilettanti resta sospesa -, dopotutto per i tifosi non sembra essere questo il focus principale. Se la formazione degli allenatori «è una delle leve più efficaci», la centralità del calciatore «è il punto di equilibrio»: le componenti tecniche lo sosterranno in blocco, anche se Abete in Aiac ha diversi sostenitori.
Nuovo ct e riforme
Malagò avrebbe individuato in Mancini la figura giusta per rilanciare la competitività sul campo degli azzurri, ponendo un orizzonte di sei anni per vivere Euro 2028 da protagonisti, tornare al Mondiale nel 2030 e provare a vincere il torneo continentale del 2032, quello da ospitare in coabitazione con la Turchia, mentre Abete ha sempre detto di volere «un profilo vincente» per la panchina ma anche di volerci pensare solo in caso di vittoria. Il capo della LND in questo periodo non ha risparmiato attacchi alla Serie A, denunciando quel diritto di veto che «può bloccare qualsiasi norma». Tra i punti cardine del suo programma ci sono il sostegno alla riforma Zola per i giovani, la sostenibilità del sistema, la ristrutturazione dell’Assoarbitri e gli interventi collegati al recupero di risorse dalle scommesse, senza dimenticare le misure «per attutire gli effetti della riforma del lavoro sportivo», il tema più caro a quel milione e 200 mila tesserati che rappresentano la base e il suo principale corpo elettorale. Abete vorrebbe infine togliere al presidente Figc la responsabilità del Club Italia, affidandola a un manager del calcio non legato a logiche di rappresentanza.
