Caruso, lì dove il calcio luccica© Juventus FC via Getty Images

Caruso, lì dove il calcio luccica

L'azzurra del Bayern, ed ex Juventus, è cresciuta nel mito di Totti. "Di Roma mi mancano la famiglia e il mare. Bisogna credere in noi. Sogno di comprare un pianoforte"
Valeria Ancione
11 min

Uno specchio per vedersi, ventiquattro ore per decidere, un treno che passa e l’istinto, che è anche rischio; dopotutto una scelta di vita è una scelta d’amore verso se stesse e rischiare vale la pena. Arianna Caruso si è vista riflessa e senza indugiare ha preso il treno per Monaco: fermata Bayern. Lì è scesa, un anno fa. E lì sta: felice della sua decisione nonostante abbia lasciato l’Italia, la Juventus dopo sette anni, e le certezze. Calciatrice per innata passione, coraggiosa, determinata, Caruso ama faticare da quella zona che è come un punto di vedetta, il centrocampo, che tutto domina, il gioco davanti e quello di dietro. Spigliata e sicura, contando su di sé ha spazzato via le ansie da prestazione per essere quello che è, e fare quello che sa fare. Il filo di Arianna però non si spezza con Roma, che è casa e famiglia, di cui le manca... il mare. E poi con la Roma, che la lega al padre, col quale ha condiviso momenti il cui ricordo strizza ancora il cuore: il tifo, l’Olimpico e la sua erba, Totti. Oggi, a ventisei anni, è una giovane donna, vive da sola già da un po’, riempie e vuota valigie, sa godersi il presente concedendosi il pensiero del futuro solo come ipotesi, perché pensa che il calcio come la vita siano un continuo divenire e tutto è possibile quando si vuole.

Arianna, com’è arrivata al Bayern Monaco?

«Per una crescita come persona e professionale. Una decisione non facile, alla Juventus mi sentivo a casa. Mi sono guardata allo specchio e mi sono detta che era quello che volevo, quindi per quanto col cuore pesante era la scelta migliore. La fortuna è stata decidere in 24 ore. Ho seguito il mio istinto e non ho avuto dubbi. Passava un treno e mi sono chiesta salgo o no? Sono salita. C’erano tristezza e paura, tante emozioni dentro di me, ma ero felice. Non potevo rimandare, sei mesi dopo non è detto che un altro treno sarebbe passato».

Ed è stata la scelta giusta?

«Sì, la rifarei. Certo avrei preferito non arrivare qui a metà stagione (era febbraio 2025, ndr), sia per la Juventus sia perché è stato difficile entrare in un altro ritmo, in una squadra già formata, di alto livello, qualità e intensità, e in un nuovo Paese. Io sono una solare ed espansiva, ma se devi comunicare in una lingua che non è la tua è complicato. Ho pagato qualche insicurezza in campo. Avevo l’ansia di non essere all’altezza. Poi ho capito che faceva parte del percorso di cambiamento. Mi sono rimboccata le maniche e ho detto: “okay ci provo e se non va ci avrò provato”. E ora sto bene».

Lei è una delle preziose “figlie”, nella Res Roma, di Fabio Melillo, purtroppo scomparso, che l’ha fatta esordire sedicenne in Serie A, che ricordi ha di lui?

«Ricordi belli per ciò che abbiamo condiviso, tanti momenti di gioia vissuti. Ci ha insegnato che c’è sempre da imparare, soprattutto nelle difficoltà, era questa la sua bravura. Gli devo molto, e non solo io ma tutto il calcio femminile».

È andata via prima che la Res vendesse il titolo alla Roma?

«Un anno prima. La Juventus stava iniziando il suo progetto, per me era un salto di qualità. Si prospettava un altro mondo».

L’esordio in Serie A giovanissima, gli scudetti con la Primavera, la Juventus: ha mai avuto paura di perdersi per aver realizzato tanto e subito?

«Sinceramente no. Ho preso quello che veniva con felicità e non con presunzione e senza pensare troppo al futuro».

Com’è la vita in Germania?

«Qui si vive molto bene, però fa troppo freddo. Monaco è una bella città. Si dice che i tedeschi siano freddi ma non è vero. Ho trovato una squadra aperta e disponibile».

Cosa le manca di più dell’Italia?

«La famiglia, mia sorella particolarmente e il mare, io sono di Ostia. Quando possono i miei mi seguono, vengono in Germania. Hanno fatto tanti sacrifici e continuano a farne, vivono questo sport come lo vivo io al cento per cento. Se è un momento no per me lo è anche per loro».

Qual è la partita o il gol più bello che ricorda?

«Difficile scegliere. Forse uno in Champions League con la Juventus contro il Servette, era un assist al volo e ho calciato. Poi ovviamente quello dell’ultimo Europeo, segnare e far segnare in Nazionale sono la cosa più importante».

Come ha iniziato a giocare a calcio?

«Accompagnavamo mia sorella a nuoto, nell’attesa giocavo a pallone fuori con altri bambini. Mi ha visto un allenatore, era il papà di una compagna di mia sorella, e ha detto ai miei genitori di portarmi a un allenamento per provare. Non volevo altro! Ho giocato fino ai 14 anni con i maschi. È stato utile confrontarmi coi ragazzi, mi ha aiutato a non avere paura. A quell’età non pensi se sei maschio o femmina, ma solo a divertirti, a giocare. Certo, in un mondo maschilista ti prepara a una realtà che specialmente in Italia è ancora dura a morire».

Com’è il calcio italiano visto dalla Germania?

«Qui sono avanti. Gli stadi sono pieni. Spero che in Italia si raggiunga l’obiettivo e che sempre più italiani si appassionino».

È la Nazionale che fa da traino?

«Sì, e dobbiamo qualificarci per il Mondiale del 2027. Il boom di attenzione per il calcio femminile è stato dopo il Mondiale del 2019 e poi l’Europeo dell’anno scorso, però è vero che le luci su di noi sono intermittenti, si accendono e spengono. Deve essere un continuo migliorarsi e per questo servono investimenti. Bisogna crederci. È indubbio che siano stati fatti tanti passi, il problema è che gli altri Paesi continuano a farne. Ma è arrivato il momento di non voltarsi più indietro e di guardare avanti e porsi come obiettivo di raggiungere gli altri».

Centrocampista per scelta?

«Proprio Fabio (Melillo, ndr) mi diceva che potevo giocare un po’ tutti i ruoli. Poi furono Sbardella e Rita Guarino in Nazionale a mettermi a centrocampo. Non ero molto convinta, però alla fine è il ruolo che mi si addice di più. Non ho ancora capito se sono più offensiva o difensiva. Mi piace fare gol, ma di più fare l’ultimo passaggio, inserirmi, lavorare duro, correre tanto».

Con quale compagna italiana ha più intesa?

«Penso con Sofia Cantore. Ci piace molto l’1-2. L’obiettivo è: io darle la palla e lei correre a fare gol».

Ha un piano B al calcio?

«Dovrei laurearmi a breve in Scienze Motorie, sto per scrivere la tesi. È un po’ un salvagente. Non so ancora cosa voglio fare da grande. Mi piacerebbe allenare, ma si cambia idea... Ho tempo per pensarci».

Cosa le piace di più del calcio?

«Difficile spiegare una passione. Quando entro in campo è come se tutti i problemi svanissero. Ti piace talmente tanto quello che fai che non puoi pensare ad altro. Torno sempre bambina in quell’ora e mezza della partita».

Chi è il suo idolo?

«Sono cresciuta nel mito di Totti. Quando ha smesso di giocare è stato un giorno di lutto. Ero innamorata delle sue giocate, dei suoi gol. Ho sempre sognato di essere quello che lui è stato per la Roma».

Perché è romanista?

«Per mio padre. Andavamo insieme allo stadio. Era un bel momento di condivisione. Mi manca un po’ questo. Una volta, ero piccolissima, sono entrata in campo mano nella mano con Mancini (Amantino, ndr): papà voleva sapere come era l’erba dell’Olimpico... Era un Roma-Milan, c’erano Pirlo, Dida giocatori forti».

Nella sua fantasia c’è la Roma?

«Sono venuta su tifando quei colori. Mai dire mai. Per mio papà sarebbe il coronamento di un sogno».

Chi sono le sue amiche?

«Le compagne della Juventus. Una parte del cuore è lì. Più si cresce, più le amiche le conti sulle dita di una mano. Le strade ti portano ad allontanarti. A Roma c’è Virginia Di Gianmarino con cui ho iniziato a giocare, ora lei è alla Ternana. Con Sofia Cantore siamo come sorelle, ci sentiamo quasi tutti i giorni».

Cantore vuole fare la dj, e lei che hobby ha?

«Vorrei acquistare un pianoforte e imparare a suonarlo. Ma per ora sono impegnata a studiare il tedesco».

Futuro o presente?

«Ho imparato che nel calcio, come nella vita, le cose cambiano velocemente, quindi cerco di concentrarmi molto sul presente. Ora sto bene qua, comincio a sentirmi me stessa in campo».

Cosa direbbe agli italiani per superare l’eterna contrapposizione uomini-donne nel calcio?

«Non sono ipocrita, non direi che quello delle donne è lo stesso spettacolo degli uomini, è semplicemente diverso, perché è diversa la fisicità, i tempi, ma non è meno bello. Serve un po’ di spirito di adattamento per apprezzarci e seguirci. Come con la pallavolo, no? Le differenze fisiche sono in tutti gli sport, e non si possono cambiare. Bisogna credere nel calcio femminile, come ci crediamo noi».


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