Aurelio che non t’aspetti

Aurelio che non t’aspetti© ANSA
5 min
Alessandro Barbano

Che qualcosa fosse cambiato nella strategia del Napoli si era intuito un mese fa. Quando la frustrazione di Insigne e i suoi dubbi sul futuro erano stati affrontati nel salotto di casa Ancelotti in un incontro con De Laurentiis, Giuntoli, il giocatore e Mino Raiola. Era una novità assoluta che il presidente accettasse di discutere con uno di quegli intermediari che, forti della procura di decine di top player, fanno e disfano le trattative a loro piacimento. Che poi il mercato azzurro sia stato ispirato e in parte guidato da Carlo Ancelotti è un’altra circostanza che spiega il cambio di passo avviato dal club, in un calcio dove sempre di più contano la forza attrattiva e persuasiva dei grandi allenatori e i buoni uffici dei procuratori.

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Ora che sappiamo che il Napoli vuole Icardi, e lo vuole con tutte le sue energie, il cerchio si chiude. Perché la campagna acquisti di De Laurentiis non ha niente a che vedere con quelle precedenti, che pure gli sono valse posizionamenti di vertice. Con Manolas e Di Lorenzo già in libro paga, James Rodriguez in procinto di arrivare, e il centravanti argentino tentato da un ingaggio da dieci milioni l’anno, il Napoli avrebbe i numeri per sfidare la Juve ad armi pari e per contenere le ambizioni dell’Inter.

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Un azzardo virtuoso ha spezzato quella perfetta alchimia che regolava da anni il pensiero e il portafogli del presidente azzurro, capace fino a ieri di osare ma non troppo. Tanto da insinuare in molti il sospetto che in fondo quel secondo posto, a cui il Napoli pareva ormai abbonato, fosse il reale obiettivo di un imprenditore oculato, accentratore e narcisista, tanto da non concedere ai suoi allenatori l’autonomia e il protagonismo che questi invocavano.

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La strategia di De Laurentiis mostra in questo senso un ribaltamento radicale. Al tempo di Cavani, di Higuain, e in qualche modo anche di Milik, sembrava ispirarsi a un paradigma del marketing – un top player per stupire - in qualche modo connesso alla sua personalità di tycoon dello spettacolo. Con Manolas, James Rodriguez e Icardi, che fanno tre top player tutti in una volta, dimostra di muoversi, con piena consapevolezza dei mezzi propri e altrui, per costruire le basi di un successo. Non si tratta solo di spendere di più, ma di mettere in discussione lo stesso modo di interpretare il ruolo di presidente, rinunciando alla prospettiva rassicurante dell’eterno secondo che comanda tutto a casa sua e mettendosi in gioco, cercando alleanze nuove – come quella con il più potente dei procuratori Jorge Mendes -, delegando poteri e funzioni a uomini fino a ieri abituati a stare a corte con deferenza.

Così il ducato feudale di Napoli sta finalmente diventando una moderna signoria. Non sappiamo se a scatenare questa rivoluzione esistenziale della fiducia sia stata la paziente arte della persuasione di Ancelotti, o piuttosto l’arrivo di Sarri alla Juve e il riaccendersi di una bruciante rivalità. Fatto sta che Aurelio non è più Aurelio. È un uomo fuggito dall’astuzia del suo secolo per approdare nel coraggio che serve al tempo del calcio globale. Anche a costo di rischiare di più.

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