Inter e Milan, dalla luna alla terra

Inter e Milan, dalla luna alla terra
Ivan Zazzaroni

Dalla luna alla terra, ma non sotto terra. Al Milan leader del campionato resta, appunto, il campionato: a inizio dicembre è fuori dall’Europa, esattamente come capitò l’anno scorso all’Inter di Conte, che nella stagione del calendario intossicante poté così incidere sulla squadra e alla fine portò a casa lo scudetto. Nella serata-chiave Pioli ha dovuto rinunciare a troppi titolari, ma è altrettanto vero che Klopp, per il quale non è mai Natale, aveva mandato in campo un Liverpool per metà di seconde scelte. A dieci dalla fine ha tolto addirittura Salah (lui, sì, da Pallone d’oro), Mané e Origi, e insomma mi viene da dire che con i quarantenni e Messias in Champions si fa fatica.  
 
L’Inter, seconda in serie A, ne ha presi due al Bernabeu, pur giocando un ottimo primo tempo: era già qualificata, ha provato a guadagnarsi il primo posto del girone, ma ha subìto una volta di più l’esperienza del Real, la solidità, l’intelligenza e i tempi di Casemiro, Modric e Kroos: Brozovic, Calhanoglu e Barella, che da noi fanno la differenza, hanno perso il confronto con i tre tenores di Ancelotti, al quale mancava Benzema. Nessuna sorpresa, solo un filo di delusione, e comunque l’Inter ha ancora la possibilità di misurarsi con se stessa e il calcio che conta.  
Troppo importanti, i giocatori, quando si insegue il sogno enorme. Allenatori e vittorie non si accordano come per magia. Lunedì a Tiki Taka ho sentito per la centesima volta che Mourinho non è un tattico, ma un gestore: di pompe di benzina o di pizzerie? Ho pensato: vuoi vedere che per qualcuno ha conquistato 25 titoli, tra campionati, coppe e triplete, vendendo aria fritta con l’acqua? Per due anni, tra Napoli e Liverpool, sponda Everton, gente che dice di sapere di calcio per averlo giocato, o averne scritto, ha ripetuto che Ancelotti «è solo un gestore» (e sono due!) e oltretutto è bollito, sul viale del tramonto: i demolitori in servizio permanente, vincitori dei chilogrammy awards, hanno scelto di non parlarne più da quando Carlo è primo in classifica nella Liga con 8 punti di vantaggio sul Siviglia (che ha una partita in meno) e si è qualificato in anticipo agli ottavi di Champions, nonostante uno dei Real più risparmiosi degli ultimi dieci anni. L’ho applaudito a distanza quando, alla vigilia della partita con l’Inter, ha spiegato di non avere più nulla da dimostrare. Trascuro per pudore e decenza gli attacchi ad Allegri - sei scudetti e due finali di Champions perse col Real di Ronaldo e il Barcellona di Messi -, il tecnico che fa del calcio “vecchio”. E buon brodo.  
Soltanto un paio di anni fa si è scoperto che Pioli può e sa allenare ad alto livello e che Simone Inzaghi dà del tu alla panchina: le loro carriere sono state a lungo scandite da giudizi superficiali poco lusinghieri: fanno star bene i giocatori. Pioli in particolare ha dovuto fare i conti con la sindrome del secondo anno. Non appena si è alzata la qualità del materiale a disposizione, hanno entrambi mostrato il loro effettivo valore. In campionato. Nel calcio “top” serve un ulteriore upgrade che soltanto i grandi giocatori possono garantire.

L’agonia Doria

Quando Rocco Commisso lanciava accuse pesanti, pur se generiche, si riferiva anche alla Samp? Me lo sono chiesto dopo aver dato un’occhiata ai bilanci. Mi ha colpito in particolare il fatto che a una società in dissesto conclamato abbiano prestato in un anno 32 milioni con garanzia Sace e fondo centrale. Quindi soldi nostri che non restituirà mai. La Samp ha debiti tributari per 16 milioni: in tutto ciò le hanno consentito di rinviare gli ammortamenti con un decreto del governo Conte che qualcuno - con un termine colorito - ha definito “criminale”; decreto che ha devastato mezza Italia tenendo temporaneamente in piedi aziende irrecuperabili.  
Sono cresciuto con la Doria di Paolo Mantovani e Borea, che era un amico carissimo, di Mancini e Vialli, Pagliuca e Mannini, e Vujke Boskov, e mi addolora trovarla in queste condizioni. Ferrero ha fatto buone cose a livello sportivo, portandola tuttavia a un passo dal baratro. Per il bene che voglio alla Samp e soprattutto per l’importanza che riveste a livello calcistico e sociale, le auguro di trovare in fretta un compratore affidabile. Il suo eventuale fallimento sarebbe il fallimento di un sistema di intollerabili “protezioni”.  

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