Spalletti e Mourinho, gli eroi dei due modi
Sabato scorso, dopo aver battuto 2-0 il Rio Ave, Mourinho ha chiesto ai giornalisti di non fargli domande di tattica «perché io ne so poco», ha spiegato. L’ha detto con quella faccia un po’ così, quell’espressione un po’ così che ha solo lui quando ti prende per il culo.
Se un giorno - molto presto, mi sa - nella terra dei Risultatisti dovessero eleggere il sindaco, Mou non avrebbe bisogno di ricorrere al ballottaggio: passerebbe al primo turno con la maggioranza assoluta delle preferenze. Perché nel calcio dei vuoti di memoria, nel quale l’analisi è opzionale e conta una quantità industriale di luoghi comuni, Mou è quello che «ha sempre vinto giocando male». Che è una delle più grandi cazzate della storia del calcio chiacchierato.
Non ho mai nascosto di amarlo calcisticamente; gli anni in cui ha lavorato a Roma hanno trasformato l’ammirazione in amicizia. Un autentico privilegio. Oggi posso dire di conoscerlo molto meglio e infatti lo considero il più importante incontro professionale della mia carriera.
Anche per questo stasera non sarò a Torino. Anche per questo cercherò - a distanza - di trattare la partita in modo obiettivo, cosa che raramente mi riesce quando c’è lui.
Spallettone è un osso durissimo per José che fu il primo a chiamarlo così: Luciano era al Napoli, secondo anno, e José alla Roma. L’accrescitivo aveva un che di affettuoso.
I due si stimano e si affrontano in una partita che può decidere il destino delle rispettive squadre in Champions, torneo per certi versi salvifico.
Entrambi sono subentrati a colleghi che non stavano facendo bene: hanno perciò ereditato squadre alla cui costruzione non hanno partecipato e che hanno subìto. Arrivato a Torino a fine ottobre, Luciano ha cercato di dare un’identità alla Juve e in linea di massima c’è riuscito; Mou, al Benfica da metà settembre, ha incontrato difficoltà maggiori e inoltre s’è dovuto misurare con il Porto di Farioli, al quale ha tolto gli unici due punti lasciati a un avversario, e lo Sporting Lisbona che ha un organico superiore e completo.
Lucio e Mou hanno problemi simili, quasi tutti in attacco (oltre a mercati di riparazione complicati dai bilanci): David e Openda non convincono e l’infortunio di Vlahovic ha tolto soluzioni alla squadra; Pavlidis e Ivanovic sono di fascia media e in più di un’occasione i loro errori sono costati punti, se non addirittura il passaggio del turno in coppa del Portogallo proprio contro il Porto.
Lucio e Mou sono eroi dei due modi di vincere. Con i giocatori giusti sanno fare spettacolo. Gli ultimi 4 trofei della Roma degli ultimi 19 anni portano la loro firma.
