Luis Enrique ha reso il Psg trionfale: la sua rivoluzione culturale alla base dei successi

L’ironia dell'allenatore spagnolo: "Siamo abituati ai rigori". Prima spendevano e basta, ora vincono:più gioco di squadra che figurine
Massimiliano Gallo

Luis Enrique è nella storia del calcio. In prima fila. È uno dei più grandi allenatori di tutti i tempi. E non perché ha vinto due Champions di fila, più quella conquistata col Barcellona. Ma per come ha vinto le ultime due. Le ha vinte con un’idea. Con un progetto. Prima di lui, il Psg era lo zimbello d’Europa. I club si sfregavano le mani quando bussavano alla loro porta per acquistare il calciatore x o il calciatore y. Spendevano, spendevano, e non portavano a casa mai nulla. Luis Enrique ha convinto i miliardari qatarini che si sarebbero divertiti di più a organizzare la squadra seguendo criteri manageriali che non gettando soldi dalla finestra per farsi l’album dei calciatori. Il Psg di Luis Enrique è educativo. Il tecnico asturiano ha ricordato e ha insegnato che il calcio è uno sport di squadra. Che si difende in undici e si attacca in undici. Che si perde in undici e si vince in undici. I divi da copertina possono accomodarsi altrove, la porta è lì: in fondo alla stanza.

 

L'idea vincente di Luis Enrique

Luis Enrique ha vinto con un’idea. Manageriale ancor prima che calcistica. È passato alla storia il video in cui impartisce una lezione di vita al bamboccione Mbappé. In cui gli ricorda a brutto muso che cos’è e come si comporta un leader. Ci scusiamo per il linguaggio ma è meglio riportare fedelmente le sue parole. Gli grida in faccia: «Ho letto che ti piaceva Michael Jordan. Ebbene Michael Jordan prendeva i suoi compagni per le palle, difendeva come un figlio di puttana». Mbappé lo ascoltava senza avere alcuna reazione. Quando Kylian andò via dal Psg, Luis Enrique stappò una bottiglia di champagne, una di quelle da serate memorabili. Disse che il Psg sarebbe stato più forte senza di lui. E i fatti gli hanno dato maledettamente ragione. Il Psg in un attimo si è trasformato da perdente di successo in una delle squadre più vincenti della storia del football.


© RIPRODUZIONE RISERVATATutte le news di Champions League

Luis Enrique, il Velasco spagnolo

Non è solo che ha vinto due Champions League di fila. È come le ha vinte. Ha convinto Dembelé che un grande del calcio gioca per la squadra, non per i dribbling. Il francese lo ha ascoltato e la sera si addormenta guardando il Pallone d’Oro. Insegna sport Luis Enrique. Cultura sportiva. Potremmo definirlo il Velasco spagnolo. Trasmette ai suoi calciatori il principio che senza sacrificio, senza sofferenza, non c’è obiettivo che si possa raggiungere. E poi ovviamente squaderna la sua idea di calcio. Ha giocato anche ieri sera la finale tutta all’attacco. Non è mai venuto meno al suo credo. E ai rigori è stato premiato. Una frase che non gli piacerebbe. Non è stato premiato, si sono allenati. E infatti dopo la finale ha detto: «Siamo abituati ai rigori». È vero. Col Psg ai rigori aveva già vinto la Supercoppa europea contro il Tottenham, la coppa Intercontinentale contro il Flamengo e la Supercoppa francese contro il Marsiglia. Da allenatore ha vinto sedici finali su diciannove. Nervi d’acciaio. Da scacchista.

 

 

Il visionario Walter Sabatini

A fine partita ha dichiarato: «Cosa ho detto alla squadra nell’intervallo? Niente, cose normali che si devono fare per attaccare una squadra che difende molto bene la corsia centrale: pochi tocchi, attaccare il seconde palo». Nella sera del trionfo, l’ultimo pensiero è per il visionario Walter Sabatini che lo portò in Italia troppo presto, alla Roma. Dove Luis Enrique venne dileggiato, trattato come uno stupido. Riuscire a capire le cose con troppo anticipo, può essere un problema. Soprattutto in Italia.


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Luis Enrique è nella storia del calcio. In prima fila. È uno dei più grandi allenatori di tutti i tempi. E non perché ha vinto due Champions di fila, più quella conquistata col Barcellona. Ma per come ha vinto le ultime due. Le ha vinte con un’idea. Con un progetto. Prima di lui, il Psg era lo zimbello d’Europa. I club si sfregavano le mani quando bussavano alla loro porta per acquistare il calciatore x o il calciatore y. Spendevano, spendevano, e non portavano a casa mai nulla. Luis Enrique ha convinto i miliardari qatarini che si sarebbero divertiti di più a organizzare la squadra seguendo criteri manageriali che non gettando soldi dalla finestra per farsi l’album dei calciatori. Il Psg di Luis Enrique è educativo. Il tecnico asturiano ha ricordato e ha insegnato che il calcio è uno sport di squadra. Che si difende in undici e si attacca in undici. Che si perde in undici e si vince in undici. I divi da copertina possono accomodarsi altrove, la porta è lì: in fondo alla stanza.

 

L'idea vincente di Luis Enrique

Luis Enrique ha vinto con un’idea. Manageriale ancor prima che calcistica. È passato alla storia il video in cui impartisce una lezione di vita al bamboccione Mbappé. In cui gli ricorda a brutto muso che cos’è e come si comporta un leader. Ci scusiamo per il linguaggio ma è meglio riportare fedelmente le sue parole. Gli grida in faccia: «Ho letto che ti piaceva Michael Jordan. Ebbene Michael Jordan prendeva i suoi compagni per le palle, difendeva come un figlio di puttana». Mbappé lo ascoltava senza avere alcuna reazione. Quando Kylian andò via dal Psg, Luis Enrique stappò una bottiglia di champagne, una di quelle da serate memorabili. Disse che il Psg sarebbe stato più forte senza di lui. E i fatti gli hanno dato maledettamente ragione. Il Psg in un attimo si è trasformato da perdente di successo in una delle squadre più vincenti della storia del football.


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