Lazio-Inter, una finale di Coppa Italia irripetibile: Chivu per il 'doblete', Sarri per l’Europa

Dentro il romanzo infinito e sorprendente tra i due club, questa finale di Coppa Italia è unica per tanti motivi
Fabrizio Patania
5 min

Se non si trattasse di un romanzo infinito e sorprendente, seguendo la legge del campo e cosa è successo sabato all’Olimpico in campionato, la Coppa Italia potrebbe già essere assegnata. Invece no, questa tra Lazio e Inter può essere una finale unica e forse ci regalerà una notte meravigliosa di calcio o almeno divertente, come ha promesso Sarri al Quirinale e raccontano le immagini iconiche del passato. Ronaldo in lacrime il 5 maggio 2002, Pedro statuetta da presepe in via di San Gregorio Armeno per festeggiare lo scudetto del Napoli, il rigore provocato da De Vrij e il sorpasso Champions firmato dall’Inter con il gol di Vecino, lo dimostrano: niente è scontato. Il gemellaggio tra tifosi era stato capace di resistere solo nel 2010, quando Mourinho era lanciato verso il Triplete e lo striscione della Nord (“Oh no...”) invitava i giocatori di Reja a scansarsi per evitare il tricolore della Roma.

 

 

Il peso della finale

Finale irripetibile perché l’Inter gioca per il “Double e per aggiungere la decima Coppa Italia in bacheca al ventunesimo scudetto, non ancora celebrato. La grande festa si consumerà domenica a San Siro dopo la partita contro il Verona e il club nerazzurro ci tiene. La doppietta manca da sedici anni e renderebbe più completa una stagione in cui l’Europa è finita troppo presto e il titolo italiano non è mai stato realmente in discussione. Nel 2010 il “Double” di Mou venne oscurato dalla finale di Champions. Oggi testimonierebbe la consacrazione di Chivu, tecnico debuttante, capace di rianimare un gruppo considerato ai titoli di coda un anno fa. La fine di un ciclo si è trasformata in un nuovo inizio. Per la Lazio, vincere l’ottava Coppa Italia della sua storia, significherebbe qualificarsi alla prossima Europa League, centrando un traguardo clamoroso e inatteso in fondo a una stagione deprimente, tra le più brutte e contestate della gestione Lotito. Si va oltre il risultato e il rischio di restare fuori dall’Europa per la seconda volta di fila come non accade dal biennio 2005-2007. Sarebbe un capolavoro partorito da un aborto calcistico. Sarri seppe, non dalla società, del blocco estivo del mercato dopo la firma sul contratto che lo riportava a Formello. A gennaio, quando si illudeva che potessero arrivare i rinforzi, Lotito gli ha smontato il castello cedendo Guendouzi e Castellanos. L’orologio del suo meticoloso lavoro sul campo è tornato indietro di qualche mese. L’olandese Taylor, va detto, è la mezzala alla Hamsik che sognava già ai tempi di Luis Alberto e Milinkovic, ma la Lazio sembra un cantiere aperto per l’eternità come l’autostrada Salerno-Reggio Calabria. Un anno zero infinito. Perdete ogni speranza voi che tifate.

Le motivazioni

È un’occasione unica per il Comandante, piegato ai rigori nel 2020 dal Napoli di Gattuso. All’epoca guidava la Juve e riuscì, dopo l’interruzione per Covid, a soffiare lo scudetto alla Lazio di Inzaghi. Sarebbe la sua prima Coppa Italia e sogna di vincerla, così renderebbe più dolce il probabile addio, tenuto in bilico solo dal contratto in scadenza nel 2028. È squalificato e fumerà, prigioniero di un box in Monte Mario, senza possibilità di godersi dal campo lo spettacolo dell’Olimpico. I tifosi della Lazio torneranno a riempire lo stadio di amore e di colori per una sola notte. Poi di nuovo tutti a casa. Niente cambierà. La Curva Nord tornerà deserta lunedì per il derby con la Roma. La contestazione a Lotito proseguirà anche in caso di successo. Ecco l’unicità di questa finale. Non sembra esserci un domani per la Lazio. L’Inter, invece, è nel futuro da una vita. Ha vinto tanto, tre scudetti e un totale di otto trofei negli ultimi sei anni, e continuerà a vincere anche se stasera dovesse perdere. Lautaro e i suoi fratelli conservano fame, motivazioni forti, come è apparso evidente quattro giorni fa all’Olimpico, azzannando la Lazio. Mai dimenticata la doppietta di Pedro a San Siro. Serve un miracolo e Sarri non è Padre Pio.

 


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