Luis Enrique, ideologia senza correzioni

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Roberto Beccantini

Il pensiero forte porta all’idea, il pensiero unico all’ideologia. La storia, sentinella paziente ma implacabile, aspetta al bivio chiunque si presenti, pronta a verificarne la scelta, l’indirizzo. Nel salutare Luis Enrique, ex commissario tecnico della Spagna, non possiamo non inchinarci davanti alla schiena, drittissima, dell’uomo, alla dignità con la quale ha governato lo straziante dolore per la prematura scomparsa della figlioletta Xana, allo stile che ne ha sempre caratterizzato la gestione. Per tacere dei risultati: semifinalista all’ultimo Europeo, dopo aver spremuto sino ai rigori gli azzurri di Roberto Mancini; secondo nella Nations League del 2021, sconfitto a San Siro dalla Francia di Kylian Mbappé; tra i quattro finalisti dell’edizione che i Paesi Bassi ospiteranno nel 2023.
Al di là delle critiche di anti-madridismo che lasciano gli insulti che trovano, credo che la parabola di «Lucho», a 52 anni, riassuma e incarni il tasto, delicato e scabroso, del «monoteismo» tattico. Un problema, sia chiaro, nobile e condiviso. Il problema, appunto, del modulo che fissa i confini di tutto, di tutti; del mezzo che diventa fine. Alludo al tiki taka, a quell’anestesia stordente e insistente che, a volte, addormenta il primario che opera, non solo il paziente operato. Con il Giappone, il possesso palla raggiunse addirittura il picco dell’83%: quorum che non evitò né la rimonta né il ko. Con il Marocco, in compenso, si attestò sul 77%. Non bastò: dischetto e a casa.

La saga delle «sartine» è nata nel 2008, all’Europeo in Austria e Svizzera, scalpo inaugurale del celeberrimo «triplete». Luis Aragones fornì la scintilla che la contemporanea scalata di Pep Guardiola al Barcellona avrebbe trasformato in vampata creativa. Toccò poi a Vicente Del Bosque, con lo scettro mondiale del 2010 e la corona continentale del 2012, completare e decorare il rinascimento ispanico. La ricetta non era lo schema: dal falso nueve al torello ricamato. La soluzione erano gli interpreti: Andrés Iniesta, Xavi, Sergio Busquets, Cesc Fabregas. Più, al Camp Nou, un «certo» Leo Messi.
I giocatori. Ecco: Luis Enrique ha goduto dell’idea e pagato il prezzo dell’ideologia. Scritto che anche nella Liga i cannonieri più efficaci sono stranieri, la caccia ossessiva e ossessionante al fraseggio e all’arpeggio, con la negazione quasi paradossale del tiro, ha castrato ogni via di fuga, ogni alternativa al verbo imperante. Non bisogna aver paura di adeguarsi, di correggersi. Se può servire, evviva il catenaccio: il Marocco di Walid Regragui gli deve le lacrime di Cristiano. Nella stagione 2011-2012, quando allenava la Roma di Francesco Totti e Daniele De Rossi, «Lucho» pareggiò con l’albeggiante Juventus di Antonio Conte all’Olimpico (1-1) e ne venne strapazzato allo Stadium (0-4). Il 6 giugno 2015, nell’epilogo di Champions a Berlino, pilotava il Barça. Con Messi, Iniesta, Neymar, Luis Suarez, Busquets e le residue gocce di Xavi si prese la rivincita: 3-1 allo squadrone di Massimiliano Allegri. Per Oscar Wilde, «la coerenza è l’ultimo rifugio delle persone prive d’immaginazione». Drastico, ma catartico.


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