Perché il secondo è il primo degli ultimi
Tutto ruota attorno al risultato. L’ hanno detto - o soltanto pensato - prima di Allegri i vari Ancelotti, Mourinho, Capello, Lippi, Gasperini, Ferguson, Simeone, Xabi Alonso, Mancini, oltre a un migliaio di tecnici puntualmente messi in discussione per il “profitto mancante”. Dite che non è così? Che ciò che conta è il bel gioco?
E allora provate a immaginare Chivu che arriva secondo in campionato con l’Inter. Il semidebuttante che lascia lo scudetto ad altri. Sarebbero critiche a non finire, il rinnovo in stand-by e la credibilità appena sopra lo zero. Eppure Cristian è bravo e può diventare bravissimo.
E provate a immaginare Allegri che non entra nei primi quattro. Furlani lo manda a casa senza farlo passare da Milanello (mentre Cardinale rilascia un’altra intervista al Financial Times per poter riprovare la cucina di Milanello). Il primo a saperlo è Max, il cui destino non è ancora deciso, anche se Furlani tenta il riavvicinamento.
Provate a immaginare Gasperini che dopo una settimana da incubo per la Roma, per i tifosi, per tutti, anche per Ranieri, rimedia quattro pere dall’Atalanta, e sto parlando di un allenatore che i colleghi considerano il modello di un certo genere di calcio. Moderno, imitato ovunque. Bocche storte, appunti che diventano attacchi.
Provate a immaginare Spalletti fuori dalla Champions e Fabregas con il Como dentro. Ci riuscite? Provate a immaginare Italiano che in Europa League perde solo con l’Aston Villa dopo aver riportato a Bologna la coppa Italia. Oddio, è successo davvero e quante ne ho sentite...
Provate ora a immaginare un calcio dove è possibile sopravvivere alla sconfitta, dove il profitto non è la prima cosa, dove si possono spendere miliardi senza portare un titolo come ha fatto Arteta fino a quest’anno. Un calcio dove il progetto triennale viene rispettato.
Ecco, non è il nostro. Da noi il calcio è un’industria in perdita costante e il manager che non è in grado di ottenere risultati viene messo alla porta.
C’è chi critica Antonio Conte per aver ricordato che «il secondo è il primo degli ultimi». L’allenatore del Napoli, per il quale la sconfitta è una morte apparente, comunque uno stravincente, ha semplicemente ripreso una frase di Enzo Ferrari, la cui fabbrica/scuderia crebbe attraverso le vittorie, non i secondi posti.
Nella vita puoi avere risultati o scuse, non tutti e due.
Questo non è un discorso diseducativo, ma la rappresentazione della nostra realtà. Tutti noi vorremmo vedere giocar bene e vincere, talvolta capita (penso al Napoli di Spalletti, ma anche a certe Juventus e al Milan di Sacchi e Capello), il guaio è che le esigenze dei club sono sempre più prioritarie e riportano ai ricavi.
PS. Ciò che è successo alla Roma tra Ranieri e Gasperini potrebbe trasformarsi in qualcosa di positivo, nella svolta, soltanto se dopo sei anni di gestioni discutibili i Friedkin cambiassero radicalmente linea affidandosi a un Ceo competente e capace di parlare il linguaggio del calcio italiano.
I cacciatori di teste sbagliano spesso le teste.
