Giovanni, non sorprenderci
Caro Giovanni ti scrivo, così mi distraggo un po’. E non penso al casino in cui siamo, al casino in cui ti sei messo, allo sprofondo da cui possiamo e soprattutto dobbiamo riemergere. È proprio vero che quando la situazione è disperata servono soluzioni inattese, ma è altrettanto vero - lo suggerisce Shakespeare, non il sottoscritto - che finché possiamo definire il peggio non è ancora finita.
Non è finita perché l’arbitro - quanto ci manchi Vujadin - non ha ancora fischiato e non è finita perché tu hai appena iniziato a giocare.
Ti chiedo di farlo con coraggio, Giovanni, come quando sudavi sui campi a cinque senza paura di scontentare qualcuno e senza la tentazione di tirare indietro la gamba. In quello sport arrivasti fino ai Mondiali dove - perdonami se ti ricordo l’ovvio - il nostro movimento, i nostri sogni e la nostra Nazionale non mettono piede da più di due lustri.
C’è un enorme lavoro da fare e un’enorme impresa da compiere: non solo tornare dove gli altri fanno festa, viaggiano, sventolano le bandiere e ritrovano scampoli di un pallido sentimento comunitario, ma cambiare il nostro calcio dalle fondamenta, cambiarlo davvero, restituendo senso a ciò che adesso un senso non ce l’ha. Per immaginare un futuro è necessario strutturare il presente.
Per non stupirsi tra quattro anni chiedendosi: «Come è possibile?» bisogna andare dove l’essenziale è stato per troppo tempo invisibile agli occhi.
Giovanni, non sorprenderci: per i miracoli, lo sappiamo, esistono Fatima e Lourdes. Non sei un santo e neanche ambisci a esserlo. Non sei un taumaturgo, un guaritore, uno stregone. Ma sai incidere, sai essere autorevole senza essere autoritario, sai riconoscere il valore dei tuoi compagni di viaggio e li hai spesso scelti con perizia perché sapevi che dal loro talento e dalla loro applicazione dipendeva anche il tuo risultato.
Non ti chiediamo quindi effetti speciali, come in quel vecchio spot, ma solide realtà che spazzino via ciò che non è più utile e ti aiutino a immaginare il domani con l’ottimismo che ti è proprio. So che tieni - non è un delitto - alla tua reputazione. L’hai costruita nel tempo, è figlia di una solida tradizione familiare, ed è, alla fine, il nostro lascito più importante: che si possa dire di noi, tra qualche decennio: «Era una persona seria». Questa volta, della reputazione ti preghiamo di fottertene. Vai avanti concentrandoti quasi esclusivamente sulle tue convinzioni. Se farai l’errore di piegarti a quelle degli altri per quieto vivere, a pagare il prezzo sarai soltanto tu. Sarebbe ingiusto, ma è ciò che capita ai rivoluzionari che balbettano.
Tu non balbetti neanche quando ti emozioni, come ieri. Parla con voce chiara e vedrai che anche il quadro diventerà più limpido. Vivai, stage, presenza costante: tutte cose giuste, ma non sufficienti. In campo vanno i calciatori ed è da quelli, è dalla creazione dell’uomo nuovo, che dovrai partire. Per formarli, serve Copernico. Per inventarli, servono scelte impopolari, silenziose, poco mediatiche e improrogabili. Ti hanno chiamato per questo e sono certo che lo sai. Senza calciatori non vinceremo mai. E noi, di vincere, abbiamo tanto bisogno. De Coubertin diceva cose giuste, edificanti e belle, ma nella nostra attuale condizione, dargli retta somiglierebbe a un delitto.
