Tedesco si presenta, svela programmi e idee: "Il Bologna è da altissimo livello"
Un minuto d'anticipo sulla tabella di marcia. Non è molto, ma basta per capire chi è Domenico Tedesco. La sua presentazione da allenatore del Bologna comincia mentre qualcuno sta ancora cercando posto in sala. Una coincidenza, forse. Oppure il riflesso perfetto di un tecnico che vive senza perdere tempo. «Nel calcio non ce n'è. Bisogna giocare bene e vincere. Noi lavoriamo per questo: voglio vincere e competere ad altissimi livelli». Tedesco dà l'impressione di essere sempre qualche attimo avanti agli altri. «Qui ho ricevuto da subito segnali molto positivi. La società ha dimostrato di essere ambiziosa e ha una storia molto importante. Credo nella gente che lavora qui, nella squadra nei giocatori».
Domenico Tedesco, mentalità tedesca e spirito italiano
EMOZIONI. Ha la mentalità tedesca e lo spirito italiano. «Calcisticamente sono nato in Germania. Ho passato 11 anni nel settore giovanile dello Stoccarda, poi sono andato all'Hoffenheim, ma ho tanto di italiano in me. A casa mangiamo italiano, parliamo italiano. Da bambino seguivo la Serie A e i miei calciatori preferiti erano italiani, come gli allenatori che mi piace seguire. E poi sono molto legato alla Calabria. Sono nato a Rossano, ma sono di Bocchigliero, un paese che amo. I primi 17 anni di vita ero sempre là, c'era un torneo importante di calcio a 5 a cui partecipava anche Berardi». Tedesco non ha sfondato da calciatore. «Non ce l'ho fatta. Ero un po' scarso, un po' lento». Ma per lui si è aperta un'altra porta. «A 18 anni ho iniziato ad allenare nel mio paese. C'era un allenatore italiano che mi chiese una mano. Ho iniziato così per gioco poi è diventato una cosa seria». Tedesco ha appreso lì l'arte del ruolo. Ha le idee chiare. «I miei principi sono l'intensità in ogni fase e l'identità di squadra. Voglio un gioco propositivo, offensivo, fluido e con giocatori coraggiosi. Ed è importante la continuità».
Da Castro a Orsolini, tra presente e futuro del Bologna
FUTURO. Anche dialetticamente è un esperto. Ora dice «Sono qui per ripagare l'affetto e la grande fiducia che ho già avvertito. Il messaggio è divertiamoci. I tifosi a guardarci, la squadra a giocare e anche noi dello staff ad allenarla. Credo che qui possiamo continuare il percorso già iniziato e costruire qualcosa di importante». E non dice. Spesso si trincera dietro a tanti «vedremo». Come sui nomi dei possibili innesti «non mi piace parlare di chi non fa parte della rosa», sul modulo «squadra costruita per la difesa a 4 sul resto si vedrà» o sul futuro di Rowe e Castro. «La società conosce bene la squadra, i singoli e non ha bisogno di consigli. Siamo insieme, l'importante è che tutto venga discusso all'interno. Castro e Rowe sono giocatori importanti, il resto vedremo. Nel calcio è importante la tempistica e a volte accadono cose impreviste. Vedremo, io sono fiducioso e rilassato». Orsolini? «Non ci ho ancora parlato, ma ovviamente vorrei che restasse una bandiera di questo club».
L'Europa sullo sfondo
PATTI CHIARI. Con lui la società è stata chiara su tutto fin dal primo approccio di due anni fa. «Ho trovato un'onestà incredibile. Di solito non si dice sempre la verità quando si approccia un nuovo allenatore, invece Sartori due anni fa mi disse esattamente cosa sarebbe successo e da allora Bologna è rimasta fortemente nei miei pensieri». L'Europa resta sullo sfondo. «È presto per parlarne, la stagione è lunga. Adesso non pensiamo a questo, perché se pensi già al finale rischi di perderti qualcosa all'inizio». Ma un sogno lo svela. «Sentire "L'anno che verrà" di Lucio Dalla e anche Cremonini a fine partita».
