Juve: Agnelli e Allegri, avanti sulla stessa barca

I destini incrociati di presidente e allenatore, investiti da una tempesta perfetta
Juve: Agnelli e Allegri, avanti sulla stessa barca© Juventus FC via Getty Images
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Roberto Perrone

Travolti da una tempesta perfetta nel periglioso mare del calcio, i destini di Andrea Agnelli e Max Allegri sono più intrecciati di quello che si pensi. Ieri il presidente ha riunito i dipendenti della società e li ha rassicurati sulla saldezza della Juventus. Con Max l’aveva già fatto, aveva già escluso la scelta più semplice e più urlata dalla folla, l’esonero, almeno fi no al termine dell’anno sociale il suo avvicendamento è escluso. Forse c’è una ragione economica, come da battuta sfuggita a Maurizio Arrivabene davanti al solito tifoso questuante: «Lo paghi tu quello che viene?». Di sicuro c’è una questione pratica che chi pretende l’esonero per l’esonero non comprende fino in fondo, fissandosi con Allegri e poco con il suo (eventuale) sostituto. Chi sarebbe costui? Un part-time fi no a maggio, precario e quindi con scarse basi solide o un nuovo allenatore con “pieni poteri”? Cambiare per cambiare non serve a nulla, se non c’è un progetto, se non c’è una prospettiva. E la Juventus in questo momento deve rinsaldarsi prima di fare scelte epocali. Prima serrare le fila, oltrepassare il momento critico e poi prendere decisioni lontane dalla fretta o dalla accozzaglia delle richieste della folla inferocita. La verità, infine, è nella tradizione.

L’esonero a metà stagione non appartiene alla storia bianconera: prima di Claudio Ranieri (maggio 2009) la Juventus esonerò un allenatore in corso d’opera nel 1969, licenziando Luis Carniglia. Cioè quarant’anni prima. Ci fu un avvicendamento nel 1999, tra Marcello Lippi e Carlo Ancelotti (già scelto per la successione), ma fu l’allenatore della Champions 1996 ad andarsene, dopo la sconfitta con il Parma. Insomma, la Juventus con un Agnelli al comando va fino in fondo e poi tira le righe. Si tratta di una questione istituzionale, di un marchio di fabbrica, di una differenziazione dalle altre. Certo, la situazione è difficile, ma in questa situazione Agnelli e Allegri sono molto prossimi. Uno è sotto pressione negli uffici presidenziali per la fine dell’inchiesta della magistratura sulla faccenda delle plusvalenze, degli stipendi ai tempi del Covid eccetera. E per i risultati sportivi. L’altro è sotto pressione in panchina, per i tracolli in campo, per la Champions che se n’è andata, per l’incertezza sulla permanenza (almeno) in Europa League e per un campionato tutto in salita. I due sono legati perché non hanno mai smesso di esserlo, neanche quando Agnelli decise di provare la carta “giochista” di Maurizio Sarri e scaricò Max. Continuarono a frequentarsi, a sentirsi. E poi sono legati perché Allegri è una “scelta del presidente”. Solo lui poteva decidere di richiamarlo e a quelle cifre. Solo lui poteva affidarsi all’uomo dei cinque scudetti, delle quattro coppe Italia e delle due finali di Champions League. Sono entrambi nella tempesta, ma ci si ritrovano insieme. In questa situazione, più o meno naufraghi alla deriva, più o meno con un minimo controllo dell’imbarcazione, non ci si scarica a vicenda. Ci si aiuta a uscirne con meno danni possibile. E poi si vedrà.


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