Lazio, lo stadio non si può fare: il piano Flaminio fa acqua da tutte le parti. Il progetto è irrealizzabile

L’analisi del progetto. La verità che nessuno dice è che andrebbe demolito e sostituito. Due ostacoli: la pensilina e il secondo anello
Franco Spicciariello
12 min

Quello che presento in forma di domanda e risposta è il risultato di varie interlocuzioni con il Comune sulla reale fattibilità del progetto e con un paio di Ministeri; lavoro al quale aggiungo alcune considerazioni personali e oggettive, oltre al ricordo di quando seguii Tor di Valle. Flaminio, cosa si può davvero fare per la Lazio (e cosa converrebbe)? La Soprintendenza ha bocciato pensilina e secondo anello. Proviamo a ragionare sul serio: cosa è possibile, cosa sarebbe meglio, e soprattutto chi paga. Il 14 giugno è arrivato il primo stop, prevedibile, al progetto della Lazio per il Flaminio. La Soprintendenza ha posto due rilievi pesanti: la pensilina/copertura di Pier Luigi e Antonio Nervi va conservata e non demolita, e il secondo anello sospeso dei 50.570 posti ingloberebbe il catino originario stravolgendolo. Il club ha trenta giorni per rispondere, dentro la conferenza dei servizi dei 39 enti partita il 28 maggio e attesa in chiusura a inizio luglio. Conviene distinguere due cose che vengono sempre confuse: cosa si può davvero costruire al Flaminio, e cosa sarebbe meglio fare per la Lazio e per Roma.

 

 

Cosa è possibile?

Partiamo da un punto che molti vivono come un limite (un tempo anche Lotito...) e che invece è un valore aggiunto: il Flaminio sta nel cuore della città, in un quartiere fortemente laziale e che sta diventando il più interessante di Roma. Il problema non è dove sta, è cosa ci puoi fare. Il Flaminio di Lotito, intanto, nascerebbe già vecchio proprio a causa delle strutture preesistenti. Per restare dentro il vincolo, il progetto prova ad aggirarlo con una sovrastruttura in acciaio appoggiata all’esterno del catino, senza gravare sulla struttura portante di Nervi; ma per arrivare ai 50.000 finisce comunque per spezzare la Curva Nord su due anelli sovrapposti, e il tifo organizzato lo ha già fatto capire: una curva divisa in due piani non è più una curva. Mentre dall’altra parte di Roma i giallorossi disegnano una mega Curva Sud da 23.000 posti, un unico muro di tifo tra i più grandi d’Europa. E restano i limiti di spazio, in un fazzoletto stretto tra fiume, Auditorium e quartiere, forse insormontabili. Quello che il vincolo consente, del resto, è poco: restaurare il catino, conservare la pensilina, una copertura leggera sugli spalti. Ma senza il secondo anello la capienza scende sui 40.000, un ridimensionamento, col rischio di tornare all’Olimpico per i big match. La verità che nessuno dice è che il Flaminio andrebbe demolito e sostituito da un gioiello tecnologico, moderno e bello, un Bernabeu più piccolo, una nuova icona per la città. Ma non è la cultura di questo Paese, purtroppo. In molti lo considerano un capolavoro intoccabile, ma poi lo si è lasciato marcire per quasi vent’anni. Del resto la Soprintendenza frenò lo stadio della AS Roma col vincolo sui pochi resti dell’ippodromo di Tor di Valle, tribuna e pista di Julio Lafuente, e quel progetto, bellissimo per la città, finì affondato dalla giunta Raggi. Con queste premesse, al Flaminio il gioiello non lo vedremo mai.

Cosa converrebbe fare?

Detto questo, la strada più intelligente è un’altra: smettere di chiedere a un monumento di fare due lavori insieme. Da una parte un nuovo stadio di proprietà: moderno, hi-tech, da 50.000 posti e oltre. Ma va detta una cosa scomoda. Lo stadio deve stare in città: le fughe fuori Roma sono già state bocciate, dai tifosi su Valmontone (“a Valmontone vacce te”) e dal Comune sulla Tiberina, zona agricola e piana alluvionale. E in città lo spazio sta finendo, ogni anno che passa ne resta meno. La Bufalotta su cui in molti fantasticavano (già Cragnotti ci puntava) sembra non essere più un’opzione, i grandi lotti vanno ormai al residenziale, e Pietralata se la prende la Roma. E le altre aree che ogni tanto rispuntano non risolvono niente: o cadono fuori dalle zone dove il tifo laziale è storicamente più radicato, o hanno collegamenti talmente scarsi da diventare un problema in sé. Resterebbe Parco de’ Medici, a sud-ovest, in un quadrante diverso da quello giallorosso, servita da autostrada e ferrovia e senza vincoli storici, e lì si starebbe sotto i 480 milioni del Flaminio. Ma è una zona direzionale che si va riempiendo di uffici e case: nemmeno lì un’area da stadio resterà libera in eterno. Più si aspetta più diventa difficile, ragione in più per decidere ora invece di bruciare anni su un Flaminio che forse non si farà. Dall’altra il Flaminio va recuperato al meglio. Non un super circolo sportivo come voleva il progetto Roma Nuoto, che avrebbe tradito uno stadio nato per il calcio, ma la casa della Polisportiva S.S. Lazio, della Lazio Women, del museo, della sede. E non è una polisportiva qualsiasi: è la più grande d’Europa, circa diecimila atleti in oltre quaranta sezioni e quasi settanta discipline, quattrocento tecnici e altrettanti dirigenti, dieci ori olimpici e sedici titoli mondiali nel palmarès. Una realtà così merita una casa vera, e quella casa è il Flaminio. Per parafrasare Rudi Garcia, rimetterebbe davvero la chiesa al centro del villaggio: la prima squadra della Capitale di nuovo nel cuore di Roma, tra il MAXXI, via Guido Reni e le vecchie caserme, destinata a diventare il quartiere più cool della città. E sarebbe un impianto della città, non solo della Lazio, a disposizione anche di chi a Roma uno stadio non ce l’ha: il Trastevere, che quest’anno ha sfiorato la promozione in Serie C, è senza un campo a norma per giocarvi, e Roma non è mai riuscita a darglielo. Il Flaminio recuperato sarebbe la soluzione. C’è infine un vantaggio anche di metodo: recuperare il Flaminio aprirebbe spazio a una compensazione da spendere per il nuovo stadio, così le due operazioni si reggono a vicenda. Una compensazione peraltro giusta, per il favore che si farebbe al Comune e al Ministero della Cultura, togliendo dal tavolo un problema che affligge Roma da due decenni. E non è nemmeno un’operazione cara. Le ultime stime parlano di una quindicina di milioni per il solo stadio e di una cinquantina per l’intera area, bonifica e asse dell’Auditorium compresi: una frazione dei 480. È il tipo di cifra che si copre con gli oneri urbanistici, come i 43 milioni già individuati anni fa sulla trasformazione della caserma di via Guido Reni e poi persi nell’inerzia, o con fondi pubblici ed europei. Non col debito del club.

Chi paga?, e con chi?

Torniamo però al progetto di Lotito, quello davvero sul tavolo. Perché anche ammesso che il nodo della Soprintendenza si sciolga, resta in piedi la domanda più grande, quella che nessun rendering risolve: i soldi. Il progetto è stimato tra i 438 e i 480 milioni: circa 80-85 di autofinanziamento del club, il resto in debito a lungo termine (si parla di un finanziamento trentennale intorno ai 280 milioni), più contributi pubblici e oneri urbanistici. Il problema non è l’entità, è la struttura: una Newco controllata al 100% dalla società, capitalizzata per appena 10 milioni, che si regge quasi solo su debito e finanziamenti soci. Nella conferenza dei servizi il direttore generale del Comune ha chiarito che il piano economico-finanziario non si discuterà lì, ma a parte, in Roma Capitale, e su quel passaggio si è già aperta una verifica legale. Finché non ci sarà un piano trasparente l’operazione resta fragile: manca un partner industriale o finanziario che porti capitale proprio e non altro debito, o in alternativa l’apertura a una cessione, perché il nodo non è solo trovare i soldi, è chi guida e chi risponde in caso di difficoltà. Che la fragilità sia reale lo dice il mercato. Nell’estate 2025 la Lazio è rimasta bloccata in entrata per lo sforamento dei parametri federali, e l’unico modo per sbloccarsi, mettere cassa, non è arrivato: lo stesso Lotito ha ammesso il danno reputazionale. Anche nel 2026, con le regole nuove, il club resta sopra le soglie e deve vendere prima di comprare. Un club che da solo non trova i soldi per la rosa difficilmente è, da solo, credibil e per autofinanziare uno stadio da mezzo miliardo.

E i tifosi?

C’è poi il fattore che a Formello continuano a sottovalutare ed è decisivo, anche per i conti: il pubblico. Un finanziamento come quello si ripaga con gli incassi dello stadio, e con una tifoseria in rotta, che diserta e contesta, qualunque piano di rimborso salta. Il consenso, qui, non è sentimento: è la prima garanzia del prestito. E poi c’è la politica: un’opera così, su suolo pubblico, chiede alle istituzioni una decisione pesante, che nessuno prenderà senza vedere consenso attorno al progetto, della città e prima ancora dei tifosi. Quel consenso oggi non c’è, e la colpa è di chi da anni tratta la propria gente come una controparte invece che come il primo alleato. La contestazione si è fatta durissima, Lotito ha cercato la pace e la tifoseria gliel’ha rifiutata in faccia, una petizione al presidente ha raccolto più firme degli abbonati. Si è arrivati al punto che molti laziali sperano nella bocciatura immediata del Flaminio, non perché non vogliano lo stadio, che desiderano da sempre, ma perché ci vedono la leva per chiudere una gestione che ritengono finita. Quando una parte significativa della tifoseria organizzata arriva a sperare nella bocciatura del progetto pur di indebolire la proprietà, il problema smette di essere solo urbanistico o finanziario: diventa un problema di legittimità e di sostenibilità del progetto stesso. La politica poi, a questi livelli, non si gestisce con relazioni personali e telefonate a ogni ora. Si fa costruendo un fronte: istituzioni, città, tifosi e cittadini dalla stessa parte. Non sarà facile, ma per una volta servirebbe anche che a livello locale si smettesse di opporsi a tutto. Del resto, quando la volontà politica c’è, gli ostacoli si superano. Per il Giubileo del 2000, pur di completare il parcheggio dei bus del Gianicolo, si passò sopra i resti della villa di Agrippina, madre di Caligola: servì una delibera del Consiglio dei Ministri per far procedere i lavori. Una villa imperiale sacrificata a un parcheggio di pullman. Lo strumento quindi c’è: per il Flaminio, semmai, è difficile ipotizzare una volontà altrettanto forte, visto che manca il consenso che potrebbe sostenerla.

 


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