Pagina 2 | Garcia, luci e ombre nel Napoli: cosa va e cosa deve cambiare il tecnico

È sempre la somma che fa la differenza e mettendo assieme, come in un collage, il primo tempo con la Lazio, l’ultimo quarto d’ora di Genova e l’avvio, 45’ e un po’ di più di Braga, Rudi Garcia riesce persino a strapparsi un sorriso. Ma poi rivedendo il resto, tutto quello che è stato tagliuzzato qua e là, senza mai perdere di vista l’umore - quello buono - sotto la maschera di un uomo terribilmente solo, come lo sono gli allenatori, resta la fotografia di un’onestà intellettuale che anestetizza gli echi. [...]

Cosa va nel Napoli di Garcia

Se non ci fosse, bisognerebbe inventarselo, perché poi è vero: c’è solo un capitano che fa cinquanta partite senza mai fermarsi; che mica si limita a correre ma segna pure; che, nella burrasca, quelle condizioni meteorologiche mai vissute da un annetto e mezzo in qua, esce palla al piede, petto in fuori e spiega il calcio vista dall’interno di uno spogliatoio. «E basta con queste chiacchiere sulla fame...!». Perché la retorica tanto al chilo, in mancanza d’altro, ha bisogno di scovare cianfrusaglie da mercanteggiare a basso costo e quando Braga-Napoli è finita, dopo essersi fatto una decina di chilometri a velocità sostenuta, Di Lorenzo spalanca lo sportello della memoria e lascia evaporare il venticello della calunnia. «Qui non siamo sazi di niente». C’è qualcosa che va a velocità supersonica nel Napoli e come sempre, dal 2019 in qua, spacca la corsia di destra e non c’è verso di frenarne né l’istinto, né la generosità: Giovanni Di Lorenzo è fatto così, tutto d’un pezzo, una certezza granitica per evitare che il Napoli si senta accerchiato da se stesso. Perché, volendo sospettare che il bicchiere sia mezzo pieno, il Napoli alla francese è andato sotto a Frosinone e poi l’ha vinta; è stato quasi soffocato dal Genoa ed è riuscito a riafferrarlo per i capelli; e a Braga, dinnanzi al precipizio psicologico, ha avvertito un aiutino dagli dei ed ha potuto respirare. Chi le vuol bene potrà sempre parlare di squadra caratteriale e smetterà pure di cercare il pelo nel “Lobo”: perché, ciak, almeno il regista sta tornando, non è ancora quella rielaborazione di Iniesta ma si avvicina a se stesso e quel direttore d'orchestra che sa come starsene sul palco. Con o senza Lobotka non può mai essere la stessa cosa, per didattica e contenuti, per intelligenza naturale (mica quella artificiale) e per illuminazione: è la Storia che lo ha detto un anno fa. Ma altro si scorge tra gli scudetti che brillano al petto: per raccontare Zielinski si potrebbe mostrare a grandi e piccini l’assist di Marassi a Politano, quella giocata da visionario che sa di arte moderna, pardon eterna; Osimhen qualcosa ha dato e, si è visto anche all’Estadio Municipal di Braga, sta tornando, s’è sentito dall’eco sordo della traversa, una mazzata di quelle dei tempi buoni. Poi ci sta di sbagliare tanto (tantissimo), ma lui è stato lì come un centravanti vero, ha dilapidato ma s’è avvertito, e sta cominciando ad essere un fattore, perché l’assist per Di Lorenzo è una delle materie prime. A Garcia una bella mano la sta dando Politano, energia alternativa sul solito binario di destro, quello del capitano, uomo di talento e però anche di lotta e di governo, una specie di diplomatico, necessario per darsi un tono, trovare un equilibrio, tagliare nel mezzo o anche no, anche semplicemente uscire dagli equivoci e rimettersi in pace con se stesso.


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Cosa non va nel Napoli di Garcia

Facciamo finta che... Minuto 50’ del secondo tempo di Braga, si apre una voragine dinnanzi a Meret, Pizzi sfonda, arriva e... Il palo sveglia dalla realtà e dalla narrazione, perché se invece d’andare in quel modo fosse successo altro, il mal di pancia a quest’ora rischierebbe di essere ingovernabile. Invece, il 20 settembre, ci sta che gli effetti del miracolo di San Gennaro abbiano fornito l’aiutino che Garcia ha cercato in altri modi, ad esempio attrezzando una difesa d’altri tempi, calcio italiano Anni 60 direbbe qualcuno. E invece qui siamo oltre, con un Napoli che si sistema in sei (in 6) davanti a Meret (da destra a sinistra: Di Lorenzo, Ostigard, Juan Jesus, il debuttante Natan, Olivera ed Elmas) e comunque trema. È la sintesi del trasformismo, a farla breve: una squadra spettacolare e trasversale, innovativa ed abbagliante, in un paio di mesi è stata capace di scoprire un’anima che non avrebbe mai sospettato di avere, quella “italianista”. Eppure, nonostante fossero tutti indietro, il Braga ha segnato all’84’, ha sfiorato il 2-2 al 92’, ha sradicato il montante destro di Meret al 95’: perché pure difendersi è un’arte. Che il Napoli non ha ancora imparato e dunque non ha potuto mettere da parte: e si è capito nel primo tempo, quando ha lasciato una serie di ripartenze secche al Braga ed ha dovuto vacillare. È un classico, perché pure il Genoa la stava vincendo nel finale, nonostante Garcia avesse spiegato dopo la sconfitta con la Lazio: «Quando non puoi vincerle, non perderle». Boh: però la fase-1 non va e neppure quella 2, visto che per segnare c’è voluto un difensore e poi un’autorete. «Bisogna trovare la porta, essere più precisi». E recuperare il miglior Kvara, perdutosi chissà dove e quando tra filari di nulla, su quella corsia nella quale ha sempre troppi avversari intorno a sé e pochi compagni a sorreggerlo, con una squadra che lo sostiene ma sotto ritmo, dunque gli dà poco campo. O anche andrebbe invocato Anguissa, quel principesco centrocampista mordi e fuggi, un frangiflutti quando la palla ce l’avevano gli altri, un regista occulto ed aggiunto quando a fare la partita era il Napoli. È una questione di gambe o anche di testa, vai a capirlo questo calcio che muta pelle da maggio a settembre: non ci sono più le mezze stagioni perché dovrebbero starci le mezze misure? Ma le difficoltà attuali hanno tanti padri e il Napoli è stato criptico in precedenza, in estate: ha sprecato mesi per tentare di arrivare ad un erede di Kim e quasi allo scadere poi, su indicazioni di Micheli, il capo scouting, ha voluto puntare dritto sul Brasile. A Braga, perché il destino è implacabile, al 13’, fuori Rrahmani per un problema muscolare e titolari sono diventati Juan Jesus e il subentrato Ostigard, la «terza» e la «quarta» scelta dell’anno scorso, e Natan il brasiliano, l’investimento o la scommessa, è rimasto a guardare ancora fino al 90’. Quando almeno poi la paura è passata.


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Cosa non va nel Napoli di Garcia

Facciamo finta che... Minuto 50’ del secondo tempo di Braga, si apre una voragine dinnanzi a Meret, Pizzi sfonda, arriva e... Il palo sveglia dalla realtà e dalla narrazione, perché se invece d’andare in quel modo fosse successo altro, il mal di pancia a quest’ora rischierebbe di essere ingovernabile. Invece, il 20 settembre, ci sta che gli effetti del miracolo di San Gennaro abbiano fornito l’aiutino che Garcia ha cercato in altri modi, ad esempio attrezzando una difesa d’altri tempi, calcio italiano Anni 60 direbbe qualcuno. E invece qui siamo oltre, con un Napoli che si sistema in sei (in 6) davanti a Meret (da destra a sinistra: Di Lorenzo, Ostigard, Juan Jesus, il debuttante Natan, Olivera ed Elmas) e comunque trema. È la sintesi del trasformismo, a farla breve: una squadra spettacolare e trasversale, innovativa ed abbagliante, in un paio di mesi è stata capace di scoprire un’anima che non avrebbe mai sospettato di avere, quella “italianista”. Eppure, nonostante fossero tutti indietro, il Braga ha segnato all’84’, ha sfiorato il 2-2 al 92’, ha sradicato il montante destro di Meret al 95’: perché pure difendersi è un’arte. Che il Napoli non ha ancora imparato e dunque non ha potuto mettere da parte: e si è capito nel primo tempo, quando ha lasciato una serie di ripartenze secche al Braga ed ha dovuto vacillare. È un classico, perché pure il Genoa la stava vincendo nel finale, nonostante Garcia avesse spiegato dopo la sconfitta con la Lazio: «Quando non puoi vincerle, non perderle». Boh: però la fase-1 non va e neppure quella 2, visto che per segnare c’è voluto un difensore e poi un’autorete. «Bisogna trovare la porta, essere più precisi». E recuperare il miglior Kvara, perdutosi chissà dove e quando tra filari di nulla, su quella corsia nella quale ha sempre troppi avversari intorno a sé e pochi compagni a sorreggerlo, con una squadra che lo sostiene ma sotto ritmo, dunque gli dà poco campo. O anche andrebbe invocato Anguissa, quel principesco centrocampista mordi e fuggi, un frangiflutti quando la palla ce l’avevano gli altri, un regista occulto ed aggiunto quando a fare la partita era il Napoli. È una questione di gambe o anche di testa, vai a capirlo questo calcio che muta pelle da maggio a settembre: non ci sono più le mezze stagioni perché dovrebbero starci le mezze misure? Ma le difficoltà attuali hanno tanti padri e il Napoli è stato criptico in precedenza, in estate: ha sprecato mesi per tentare di arrivare ad un erede di Kim e quasi allo scadere poi, su indicazioni di Micheli, il capo scouting, ha voluto puntare dritto sul Brasile. A Braga, perché il destino è implacabile, al 13’, fuori Rrahmani per un problema muscolare e titolari sono diventati Juan Jesus e il subentrato Ostigard, la «terza» e la «quarta» scelta dell’anno scorso, e Natan il brasiliano, l’investimento o la scommessa, è rimasto a guardare ancora fino al 90’. Quando almeno poi la paura è passata.


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