Mazzarri e l’autospot al Corriere dello Sport

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Ivan Zazzaroni

In fondo è giusto così. È giusto che sia Mazzarri e che sia Napoli a offrirgli l’ultima, grande occasione. Sono trascorsi soltanto venti giorni da quando Walter presentò, attraverso il Corriere dello Sport-Stadio, un’autocandidatura quasi sfacciata, devo ancora capire se voluta o semplicemente ingenua: lui è un tipo particolare, originale, di poche malizie. «Da quando è presidente De Laurentiis» precisò «sono quello che c’è stato più a lungo. Voglio solo dire che con lui ho avuto un rapporto stupendo. E se fosse stato per De Laurentiis sarei rimasto tanti anni ancora, come si usa in Inghilterra. Però, lo dissi anche a suo tempo, dopo quattro anni, se non cambi tutti i giocatori o non ne cambi tanti, diventi troppo prevedibile. Pensai che fosse quello il momento di andare via».  

È probabile che abbia pensato che fosse proprio questo il momento di tornare. È probabile, ma non è certo. Trovai molto mazzarriano il passaggio sul «corso di simpatia» al quale si era iscritto nei mesi della disoccupazione, necessaria per chiudere il contenzioso con il Cagliari. «Quando stai in un mondo come il nostro non devi pensare solo a fare l’allenatore, non basta far rendere i giocatori per poi trascurare i rapporti. A 62 anni ho capito che hanno ragione quelli che, magari non conoscendomi, mi considerano antipatico. Ecco, credo di aver pagato un po’ troppo i miei atteggiamenti, la mia ritrosia, la scarsa empatia»

Sempre più strepitoso l’autospot: «Il calcio più vicino al mio ideale? Il Napoli di Spalletti, beh, quello piace a tutti, io il 4-3-3 non ho mai potuto farlo perché non avevo i giocatori adatti. L’anno scorso il Napoli ha trovato un’alchimia incredibile. Ha fatto un calcio bello, bellissimo. Il 4-3-3, con tutti i movimenti delle catene di destra e di sinistra, i terzini che, a volte, invece di allargarsi costruivano da dentro. Insomma, tante novità e il Napoli le ha assimilate meglio di altri… A Napoli vorrebbero tornare tutti perché è una squadra forte, il club è diventato importante. Napoli è un posto affascinante. Se dovessi avere, come ho avuto, delle chance di rientrare, mi piacerebbe trovare gente disposta a capire il calcio che intendo fare. Mi piace insegnare, migliorare i giocatori, impostare un lavoro serio. Programmare: chiedo troppo?».  

Torna per 7 mesi, l’unica programmazione consentita è il “day by DeLa” e lui ne è consapevole: «Sono partito da meno di zero. Ho pensato al campo, tutto il resto lo consideravo, più che accessorio, inutile. Ho sbagliato. L’età e le soste volute o forzate mi hanno aiutato, sono cambiato, un cambiamento naturale... Il Napoli che mi piaceva tanto l’anno scorso con Spalletti me lo sono studiato a memoria. Conosco tutti i movimenti che facevano, questo fa parte di me. Ma finisce qui». 

Al contrario è proprio da qui che ricomincia. E qui dove dieci anni fa (il Napoli) era De Sanctis; Campagnaro P. Cannavaro Aronica; Maggio Gargano Inler Zuniga; Hamsik; Lavezzi Cavani, oggi è Meret; Di Lorenzo Rrahmani Natan Mario Rui; Anguissa Lobotka Zielinski; Politano Osimhen Kvara. Hai visto mai?  

PS. A Garcia non è stato perdonato nulla: forse abbiamo approfittato della sua condizione di debolezza, peggiorata dalla delegittimazione alimentata dall’incontro De Laurentiis-Conte. Rudi ha giocato una partita persa in partenza. Ci ha provato, giustamente, alla sua maniera. Ma anche il miracolo ha i suoi limiti. 


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