Ranieri: «L'addio di De Rossi gestito male dalla Roma. Io l'avrei tenuto»
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Ranieri: «L'addio di De Rossi gestito male dalla Roma. Io l'avrei tenuto»

Il tecnico: «A fine stagione me ne andrò, non conosco i piani futuri di Pallotta»

ROMA - Due giornate al termine del campionato, ma il tema principale della conferenza di Claudio Ranieri è inevitabilmente Daniele De Rossi. Il tecnico ieri pomeriggio ha avuto un confronto con i tifosi insieme al capitano giallorosso e a Frederic Massara. Alcune parole come «testa grigia» in riferimento a Franco Baldini sono state negate dall’allenatore, ma ha confermato che la decisione dell’addio non è stata presa a Trigoria: «Quando i nostri tifosi chiedevano spiegazioni sulle decisioni della fine del rapporto di Daniele (De Rossi, ndr) con la Roma io ho detto sicuramente a Londra e in America. Chi decide è il presidente e la persona che gli è più vicino sta in Inghilterra».

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Da sottolineare come Ranieri non ha mai nominato Baldini, anche quando gli hanno chiesto se il consulente incide nel lavoro quotidiano a Trigoria: «Con me non incide affatto. Non so che rapporti abbia con il presidente, qui non incide. In generale non lo so, non conoscendo quello che fa».

Il tecnico ha ribadito anche il suo addio alla fine della stagione, lascerà la Roma senza conoscere le strategie future del club: «Non so i progetti del futuro di Pallotta, non possono aver parlato con me sapendo che io tra due partite finirò il rapporto con la Roma. Non so che programmi ci saranno. Io credo che in ogni società di calcio ci sono dei ricambi, per cui ci sta. Lo abbiamo visto anche in Italia: squadre che hanno perso punti di riferimento, solo che a Daniele (De Rossi, ndr) essendo il capitano e una persona storica, forse il suo addio andava detto in un’altra maniera e dargli il modo di pensare bene, invece questo non gli è stato dato. È il calcio, è la legge del calcio: la società vuole cambiare, vuole altri giocatori, per cui come come i giocatori scelgono un’altra società, così sono le società che a volte scelgono allenatori, direttori sportivi, giocatori. Certo che per una figura così importante come il capitano della Roma – avendo i tifosi della Roma un amore sviscerato per la squadra – una considerazione più attenta avrebbe consigliato un altro comportamento». Su Totti e il suo potere in società: «Credo che ogni persona intelligente capisca che sono decisioni che deve prendere Francesco (Totti, ndr), non so quanto potere abbia. Io so che Francesco mi ha chiamato, quindi per me era uno che conta, uno che decide. Io non so quanto all’interno di questa crescita – perché uno non è che appena smette di giocare diventa subito dirigente o se vuol fare l’allenatore diventa subito allenatore, c’è una fase di crescita – Francesco sia felice o non sia felice o quanto sia soddisfatto o non soddisfatto».

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Lo aveva dichiarato qualche settimana fa, lo ha ribadito anche quest’oggi. Ranieri non avrebbe mandato via De Rossi dalla Roma: «Se mi fosse stato chiesto “resterai tu, cosa ne pensi di Daniele?” io avrei detto: “Lo voglio perché so che giocatore è, che uomo è, che capitano è”. Si parla sempre di leader. Ci sono vari leader: c’è il leader per la società, il leader per i giornalisti, c’è il leader per i tifosi o per i social. Ci sono anche i leader per l’allenatore. Daniele (De Rossi, ndr) è un allenatore in campo, è l’uomo a cui puoi parlare e lui ragiona con una mentalità non di ego fine a se stessa ma per il bene della squadra. Questi tipi di leader sono i leader che vogliono gli allenatori. Sembra strano ma ancora non ci siamo parlati (ride, ndr). L’ho visto bello e motivato come sempre. Dentro di sé sarà sconvolto, non dormirà la notte immagino. Chi ha dato tutto ed ha giocato anche non al 100% lo ha fatto per l’attaccamento alla maglia ed ai tifosi. È normale, ma ancora devo parlarci». Poi l’appello per il 26 maggio: «Mi auguro che l’ultima partita all’Olimpico sia una festa, ci sarà tempo per le contestazioni. L’ultima partita sarà una dimostrazione d’amore per Daniele che è la cosa più importante». 

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Importante come il suo lavoro a Trigoria che terminerà tra due settimane. Un lavoro soprattutto mentale, avendo preso una squadra senza fiducia: «Quando ho accettato questo incarico sapevo di trovare una squadra giù mentalmente, non fisicamente, ma mentalmente sì. E le mie forze sono state rivolte proprio a quello. Le mie forze sono state incentrare a farli credere in loro stessi, a farli ricredere nel senso della squadra. E’ logico che tutte queste cose non mi aiutano nel mio lavoro. Quanto possono aver inciso tutte le chiacchiere nella partita di Genova? Non lo so, non si può quantizzare una cosa del genere. Certo è che avevo chiesto aiuto ai tifosi e l’aiuto dei tifosi è stato magnifico: ci sono stati dietro, ci hanno aiutato a vincere alcune partite difficilissime, per questo io li devo solamente ringraziare. Una settimana del genere credo che debba essere uno stimolo positivo e propositivo. Ormai i giocatori sono abituati a tutto. Poteva essere uno stimolo negativo anche il fatto di tutte quelle le voci sull’allenatore del futuro, i ragazzi non hanno mai mollato. Mi auguro invece che questo fatto sproni a fare bene, ci sono due partite da completare, c’è ancora una piccola possibilità e dobbiamo avere la coscienza a posto per aver fatto il massimo che potevamo fare».

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