Vucinic: "Ho avuto il Coronavirus. Roma, serve un padrone ricco"

Il montenegrino racconta i suoi giorni con il Covid: «Sì, ho avuto paura. Vivo a Lecce, studio per allenare in Italia»
14° MIRKO VUCINIC (64 GOL)© EPA
Roberto Maida

Capita di pensarlo, se non di chiederlo: perché proprio a me? E’ stato un incubo breve, per fortuna, di quelli che si raccontano senza tremori. Ma l’esperienza forte resta. Mirko Vucinic, icona del calcio montenegrino diventata ricca e famosa in Italia, ha avuto il coronavirus e l’ha superato con il tempismo. Da centravanti affamato di gol: «Ero in Montenegro, a Podgorica, ho sentito un po’ di alterazione: avevo la febbre a 38,2. Niente di che. Nei giorni successivi la temperatura è calata, per cui ero abbastanza tranquillo ma visto il periodo ho preferito fare il tampone: era positivo».

E poi?
«Non l’ho presa bene, sinceramente. Con tanta gente che muore, anche nel mio Paese dove la situazione è abbastanza allarmante, ero preoccupato. Mi sembrava tutto strano: non avevo sintomi così gravi, eppure mi hanno ricoverato in ospedale nel reparto Covid».

Per quanto tempo?
«Tre giorni. E quando mi hanno dimesso ho cominciato la quarantena. Dopo altri 12 giorni mi hanno fatto di nuovo il tampone ed era negativo. Il virus se ne era andato, così come era venuto. Misteriosamente. Mi è rimasto solo un segno nei polmoni evidenziato dalla Tac. Ho avuto per fortuna una forma lieve: non ho mai avuto crisi respiratorie o malesseri gravi. E anche in famiglia tutto ok».

Che messaggio si può trasmettere dopo aver attraversato la paura?
«Vorrei che non abbassassimo la guardia con questo virus. E’ un nemico invisibile, ti può colpire alle spalle senza che tu te ne accorga. E magari poi colpisce le persone a te più care».

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Come mai è tornato in Montenegro?
«In realtà vivo sempre a Lecce, ma sono venuto qui perché studio da allenatore. Presto prenderò il patentino, che è equiparato agli altri tesserini europei: potrò allenare in Serie C, o come secondo in Serie A».

Vucinic allenatore? Non l’avremmo mai detto.
«Eh sì, si cresce. In campo ero più un creativo, in panchina invece serve maggiore lucidità. Mi sto impegnando ».

Da aspirante allenatore, e da ex, che impressione ha del calcio italiano?
«Vedo una tendenza strana. Aumentano gli ingaggi dei calciatori ma la qualità media dei calciatori scende. Forse è un problema di ricambio generazionale. I giovani faticano a venire fuori».

E alla Roma cosa augura?
«Il meglio. Ho passato cinque anni splendidi là, in un ambiente particolare: vincevamo delle coppe, abbiamo sfiorato due volte lo scudetto. Spero che arrivi presto una proprietà ricca che possa riportare la squadra in alto, dove merita di stare. I tifosi sono molto appassionati, vanno premiati».

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