© LAPRESSE Roma, il sogno Champions ripassa da Oporto: come è andata l’ultima volta
Oporto non è una città qualsiasi per la Roma. Nella storia recente, del resto, ha segnato l’inizio dell’esilio (forzato) dalla Champions League. L’ultima apparizione dei giallorossi nella coppa più prestigiosa d’Europa risale a quella lunghissima nottata coincisa con il ritorno degli ottavi di finale, quando un rigore al 117’ realizzato da Telles sbarrò la strada a De Rossi e compagni tra errori arbitrali e rimpianti. Era il 6 marzo del 2019. Dell’undici titolare proposto allo stadio do Dragão non c’è più nessuno, a parte Marcano che è tornato a casa dopo una stagione da meteora dalle parti dell’Olimpico. Ma in quella rosa resistono tre giocatori che sono ancora tesserati dalla Roma a distanza di sei anni da quell’incubo: El Shaarawy, Pellegrini e Cristante. Due su tre giocarono uno spezzone di partita (il Faraone non scese in campo a differenza della sfida d'andata), ma tutti e tre ne uscirono distrutti per un torto arbitrale che compromise la stagione segnando, tra l’altro, la fine del mandato di Eusebio Di Francesco, esonerato tre giorni dopo l’eliminazione. A pesare come un macigno, un rigore clamoroso non fischiato a Schick dall’arbitro Çakir, neanche rivisto al Var. A pesare ancora di più le scellerate decisioni di Monchi, l’uomo che smantellò una squadra capace di arrivare in semifinale di Champions League pochi mesi prima. El Shaarawy, Pellegrini e Cristante erano lì, attori protagonisti di una rivoluzione senza logica.
Roma, la vendetta con il Porto: tutti i motivi
Adesso per loro esiste una sola parola allo stadio do Dragão: vendetta. El Shaarawy, Pellegrini e Cristante sperano di giocare almeno uno spezzone di gara per riscrivere la storia, lì dove tutto è finito e dove altro è iniziato, vedi il successo in Conference League o la finale di Europa League persa a Siviglia, di nuovo per mano di un agente esterno, stavolta Taylor. Chi più di tutti conta di giocare è il capitano, reduce dalla doppia panchina contro Napoli e Venezia in campionato. Lorenzo non si vede dall’inizio dalla sfida contro l’Eintracht Francoforte, una finale anticipata considerando che si trattava di un dentro o fuori. Ranieri ci sta ragionando. L’allenatore conta su Pellegrini, ma vuole anche dargli la possibilità di essere rilanciato al momento giusto. Porto-Roma potrebbe essere l’occasione giusta. Come no. Perché c’è comunque il ritorno dentro l’Olimpico. Buttare fuori il Porto è fondamentale. Per tantissimi motivi. La vendetta forse scivola addirittura in secondo piano. Eliminare i portoghesi significa pompare le casse (una decina di milioni tra premio, market pool e incasso dei biglietti all’Olimpico), ma anche inseguire la finalissima, che dà l’accesso alla prossima edizione di Champions League in caso di successo. Per carità, le probabilità non sono dalla parte della Roma, però uscendo le percentuali non si sposterebbero dallo zero spaccato. Cancellare il Porto dalla corsa verso Bilbao, quindi, significa chiudere un cerchio e fare pace con il passato. Nei tre precedenti negli scontri diretti in Europa, infatti, i giallorossi sono sempre stati sconfitti dai portoghesi. In Champions così come nell’indimenticabile Coppa delle Coppe ai tempi di Falcao, Di Bartolomei e Conti. Ora però inizia un’altra battaglia e l’unica certezza è che nel giro di 180’ si deciderà un pezzo di questa stagione. Lo sanno tutti, a cominciare da El Shaarawy, Pellegrini e Cristante, la vecchia guardia che ha in mente di fare uno sgambetto ai numeri e all'almanacco.
