Ibra e quel retroscena sulla Roma: "Sarei potuto andare…"

Zlatan si è preso i riflettori nel giorno in cui l’associazione europea dei club ha trasformato la propria denominazione da ECA a EFC (European Football Clubs)
Giorgio Marota 
5 min

Si è alzato dalla prima fila, è salito sul palco, ha guardato negli occhi tutti quei dirigenti - da Ceferin in giù - che prima erano seduti al suo fianco e con lo stile guascone che lo ha sempre contraddistinto ha detto loro in faccia: «Non mi spaventa questo palcoscenico. Sono abituato a stadi più grandi di una sala conferenze». Zlatan Ibrahimovic si è preso i riflettori nel giorno in cui l’associazione europea dei club ha trasformato la propria denominazione da ECA a EFC (European Football Clubs), annunciando un restyling che non è solo di marketing - da alleato privilegiato dell’Uefa l’ente sta acquisendo sempre più potere - all’hotel Cavalieri di Roma, con giochi di luce degni di una cerimonia di apertura di una finale di Champions. «Io non l’ho mai giocata, è vero, però si ricordano tutti di questa cosa e magari dimenticano altri ex che invece l’hanno vinta. Significa che ero il migliore, senza dubbio. Il posto in cui sono cresciuto mi ha imposto di diventarlo», ha proseguito lo svedese, oggi senior advisor per l’azionista di maggioranza del Milan, RedBird Capital.  

Ibrahimovic, che bordate  

«A Milanello c’è un team di lavoro straordinario, io offro soltanto la mia competenza», ha spiegato il braccio destro di Gerry Cardinale, tornando a parlare proprio delle questioni rossonere. Ibrahimovic è una figura inedita rispetto a quella tipica del dirigente d’area tecnica o sportiva, eppure il suo ruolo in estate si è rivelato decisivo sia per l’arrivo di Jashari sia per la permanenza di Gimenez. In un talk dedicato interamente al suo personaggio, Ibra ha ripercorso così la propria carriera senza sottrarsi a un’analisi sui problemi del calcio attuale. Come la gestione dei calendari intasati: «I calciatori vorrebbero giocare sempre, ma vanno tutelati e il calcio deve diventare più sostenibile. Pensiamo alle nazionali: bisognerebbe rispettare i club chiamando i calciatori quando è necessario». La Fifa da anni vive un rapporto conflittuale con l’Uefa. La federcalcio mondiale ha voluto ad esempio la nuova rassegna iridata per club proprio al termine della stagione in cui la confederazione europea ha aumentato gli impegni delle società qualificate alle coppe ripagando questo sacrificio con ricavi altisonanti. Infantino e Ceferin, più di una volta, si sono pungolati a distanza su chi fosse il principale responsabile dell’ingolfamento del calendario. E se Zlatan, contestando il senso dei molteplici impegni, arriva a dire che «il nuovo formato delle coppe europee è una grande idea perché ai tifosi interessa vedere le partite e non gli allenamenti», potrebbe aver scelto da che parte stare. E il Mondiale? «Spero lo vinca il mio amico Ancelotti. Uno che ha il tocco magico. Può trasformare anche questa situazione in oro». Lui, Mourinho, Guardiola e Capello «sono il calcio perché lo hanno cambiato, ognuno a proprio modo». Il gigante di Malmo li ha avuti tutti come allenatori. «Il primo fu Capello - ha ricordato - uno che non chiedeva rispetto ma si faceva rispettare. Così ha forgiato la mia mentalità». 

Il retroscena sulla Roma 

Nonostante la presenza in sala del designatore degli arbitri europei, Rosetti, Zlatan non ha risparmiato infine delle critiche al Var: «Bisogna usarlo bene. Per il calcio è una cosa buona, così non dipendiamo più esclusivamente dall’arbitro e dai suoi assistenti, però si perde anche tanto tempo». Poi ha chiuso lo show raccontando un aneddoto del passato: «Ho giocato nelle tre migliori squadre d’Italia e sarei potuto andare in un’altra... ma non posso farne il nome, altrimenti l’amico che mi deve riportare a casa si arrabbia perché tifa per la rivale». Parla della Roma, era il 2004, i giallorossi lo tentarono ma poi scelsero l’egiziano Mido, 14 presenze e 0 gol nella Capitale. 

 

 

 

 


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