Innerhofer: "Pronto per le Olimpiadi. La morte di Matteo Franzoso? I giorni più brutti della mia vita"
Il Mondiale a Garmisch nel 2011, l’argento e il bronzo a Sochi tre anni dopo, poi tanti infortuni che lo hanno tenuto sempre uno scalino sotto le sue potenzialità. Nel mezzo, la sua amata montagna, la bici, l’orto. Christof Innerhofer, 41 anni compiuti nemmeno un mese fa, è un campione a tutto tondo. In Val Gardena a dicembre è tornato tra i primi 10 a 3 anni dall’ultima volta e le Olimpiadi, le quinte di una sfavillante carriera in cui l’ambizione non sempre ha superato il suo talento, sono lì a un passo. «Sarebbe bello e mi permetto di dire anche meritato».
Sempre bella la Val Gardena, vero?
«Mi sento bene. Gli ultimi anni sono rimasto spesso sotto i miei livelli ma se guardo i tempi in allenamento, spesso facevo come Mattia Casse o Dominik Paris. In gara poi facevo più fatica, forse perché sono uno che prova sempre a stare un passo avanti, e questo a volte mi è costato anche una stagione».
Si sente al massimo?
«Quasi, al 95%. In Val Gardena sentivo che potevo arrivare tra i primi. Fino a oltre metà della gara ero addirittura primo, quindi non ci avevo visto tanto male».
Ottimo, in vista di Milano Cortina.
«Erano anni che non mi sentivo così. So che posso fare di nuovo bene, senza pensare troppo ai risultati, e questo mi regala un grande sorriso».
I suoi ultimi anni sono stati segnati da molti infortuni.
«Per arrivare a questa stagione olimpica mi sono allenato tanto, molte più settimane rispetto agli altri».
Durante gli allenamenti in Cile quest’estate ha perso la vita Matteo Franzoso.
«È stata la settimana più brutta della mia vita. È folle pensare che io e Matteo eravamo insieme due minuti prima e poi non l’ho più visto. Lui era molto più giovane di me ma l’ho conosciuto bene, siamo tutti e due nelle Fiamme Gialle».
Il ricordo più bello?
«Abbiamo passato tanti bei momenti, ai campionati italiani o in caserma. Una volta gli ho chiesto se poteva passare a prendere dei pomodori da un amico a Bergamo. Lui pensava che gli chiedessi di portarmi il sugo, invece è arrivato con trenta piante di pomodori, aveva la macchina piena! Ancora quest’estate ridevamo a ripensarci».
Riesce a parlarne con il sorriso.
«Anche se è troppo facile ripensare solo alle cose belle. A volte si sottovalutano i rischi e quel giorno mi sono reso conto che poteva succedere a chiunque. Pensavo che non sarei mai più riuscito a salire in pista, infatti me ne sono andato subito via dal Cile. Non volevo nemmeno passare da là. Poi ti fai mille domande… Una tragedia infinita, non passa un giorno senza che ci pensi».
A Milano Cortina porterete il suo ricordo.
«Certo» .
Come arriva l’Italia alle Olimpiadi?
«Ce lo diranno queste settimane. Sicuramente siamo molto competitivi nel biathlon, nello snowboard e anche nello skicross».
Goggia e Brignone stanno tornando.
«Ho fiducia in Federica, da quello che ho visto. Anche Sofia sta uscendo bene. Restiamo positivi, ognuno cercherà di fare il massimo per aiutare ed essere più competitivi possibile».
Come lei, un’altra quarantenne che sta vivendo una seconda giovinezza è Lindsey Vonn.
«Mi sembra folle che siamo ancora qua. Quando uno ha tanta passione per lo sport, non è più un sacrificio ma un piacere. Non si può fermare il tempo ma è bello vedere cosa si può raggiungere con determinazione, passione e buona alimentazione».
Cosa significherebbe per lei la quinta Olimpiade?
«Sarebbe quella più speciale, vista l’età. Ma non mi accontenterò di arrivarci e basta».
Sarà l’ultima?
«Sì».
In casa, quindi ancora più speciale.
«Sì, soprattutto perché le ultime sono state tutte in Paesi lontanissimi, dove lo sport aveva meno valore. Ora finalmente tornano nel cuore delle montagne europee, dove è lo sport a contare».
A proposito lei è nato a Brunico, che rapporto ha con le sue Dolomiti?
«Le montagne per me sono casa. Per tanti anni ho fatto avanti e indietro con la città ma appena attraversavo il casello di Bressanone facevo un sospiro di sollievo rivedendo finalmente la mia valle».
Una quarantina di chilometri dalla Sesto di Sinner, uno che anche con gli sci a suo tempo faceva sul serio. Lo conosce?
«Purtroppo no, anche se viviamo vicini».
Magari verrà a tifare per lei alle Olimpiadi.
«Mi farebbe piacere».
Lei vivrebbe altrove?
«Ci sono pochi posti che mi piacciono, questo è il mio preferito. Per fortuna ho girato tanto il mondo. Ma qui ci sono tante possibilità, non solo per gli allenamenti: ci sono i prati verdi e le baite, il buon cibo, i laghi. Io vado a funghi, a raccogliere i mirtilli rossi o altra frutta con cui fare la marmellata. Ho sempre apprezzato queste cose perché sono quelle che rendono speciale la vita».
Una vita semplice e genuina.
«Qualche anno fa una mia amica mi ha chiesto cosa mi sarei comprato se avessi avuto soldi illimitati. Io le ho risposto: “Niente”. Non saprei di che altro aver bisogno per essere felice. Ho la mia bicicletta, la mia valle, i miei boschi dove andare a funghi anche per quattro-cinque ore. Quando sono a casa passo le ore nel mio orto che mi dà frutta e verdura praticamente per tutto l’anno. Oggi ho mangiato gli ultimi pomodori».
Ha notato cambiamenti di sensibilità su questo tema all’interno del circuito degli sport invernali?
«In realtà poco e mi dispiace. A volte gli atleti o gli allenatori si lamentano ma poi non fanno niente per cambiare le cose. Io cerco sempre di fare il mio nel mio piccolo».
Ad esempio?
«Io bevo sei litri di acqua al giorno e quando sono in giro diventa difficile. Allora mi porto dietro la mia caraffa filtrante. Lo trovo comodissimo, la tiro fuori dalla valigia e posso bere ovunque. Se uno fa il conto di quante bottiglie di plastica vengono risparmiate si spaventa. E quando Dominik l’ha vista, l’ha voluta anche lui».
Ha lanciato la moda della caraffa.
«Sì. Ognuno è responsabile di se stesso ma sono felice se qualcuno riesce a influenzare positivamente gli altri. E anche quando sono in hotel non mi comporto da pirla! Spengo le luci, non chiedo il cambio degli asciugamani ogni giorno. Sono piccole azioni ma importanti: dopotutto anche un fiocco di neve può causare una valanga».
