Paul Scholes lascia la tv per il figlio Aiden: "È autistico, non può parlare e adesso tutto ruota attorno a lui"
Paul Scholes ha preso una decisione a sorpresa: non lavorerà più in tv da adesso in poi. Il motivo? Strettamente personale. La leggenda del Manchester United, infatti, ha deciso che di stare ancora più vicino a suo figlio Aiden, 20 anni. "Ho preso questa decisione quest'anno per lui, ovviamente a causa delle sue esigenze particolari", ha detto l'ex centrocampista agli ex compagni di squadra, Gary Neville e Roy Keane, insieme a Ian Wright e Jill Scott, durante il podcast Stick to Football. Scholes entra nei dettagli: "Non parla, non può parlare. Penso che capisca molto più di quanto pensiamo. Emette suoni, ma solo le persone a lui vicine capiscono cosa sta dicendo. È autistico ed è un autismo molto grave. Tutto il lavoro che faccio ora si concentra solo sulla sua routine perché ne ha una piuttosto rigida ogni singolo giorno. Quindi, ho deciso che tutto ciò che farò sarà incentrato su Aiden. Non sto più con Claire (l'ex moglie con cui ha avuto anche Alicia e Arron, ndr), ma lo teniamo tre sere a testa, e la mamma di Claire lo accudisce il venerdì sera. Facciamo sempre le stesse cose con lui perché non sa che giorno della settimana sia o che ora sia. Ma capisce da quello che stiamo facendo che giorno è».
Scholes e la routine con il figlio
La routine è identica ogni settimana: "Io lo prendo ogni martedì e andiamo a nuotare. Adora nuotare, poi compriamo la sua pizza mentre torniamo a casa. Il giovedì vado a prenderlo, andiamo a mangiare qualcosa e torniamo a casa. La domenica lo trovo a casa di Claire e andiamo da Tesco, dove compra un carrello pieno di cioccolatini. Compirà 21 anni a dicembre". Il tempo a volte è poco, quindi Scholes ha scelto di mollare gli impegni di commentatore in tv e registrerà solo podcast nei momenti liberi: "Tutto quello che farò ora ruota attorno a lui, lavoro in studio, ma tutto è costruito attorno alla sua giornata. La scorsa stagione, il giovedì sera, facevo la partita di Europa League per il Manchester United, ma quella è la sera in cui di solito lo vedevo. Quindi, si agitava, mordeva e graffiava. Pensavo sempre che prima o poi avrei dovuto smettere. Ho avuto l'opportunità di fare il podcast e ho pensato che sarebbe stato più adatto a me. O meglio, non a me, ma ad Aiden".
Il passato
Scholes ha poi ripercorso le tappe: "I dottori non gliel'hanno diagnosticato fino ai due anni e mezzo. Ma si capiva subito che qualcosa non andava, ma poi è arrivata la diagnosi e io non ne avevo mai sentito parlare. Non sapevamo cosa ci aspettasse: ci sono bambini che non parlano a un anno e mezzo o due, e poi a cinque o sei anni, all'improvviso, parlano. I medici la chiamano una fase avanzata dello sviluppo, ma noi sapevamo che non sarebbe mai andata così. Ricordo la prima partita dopo aver ricevuta la notizia, giocavamo in trasferta contro il Derby, e non volevo proprio essere lì. Mi ricordo che il manager (Alex Ferguson, ndr) mi ha lasciato fuori squadra la settimana successiva, ma non avevo ancora detto a nessuno cosa era successo. L'ho fatto solo qualche settimana dopo, perché era molto difficile da dire".