Aspetta e spera
Anche nello sport ciò che conta è avere sempre qualcosa da attendere. E noi l’abbiamo. Oggi, ad esempio, attendiamo Kimi e le Ferrari a Montecarlo, Cobolli (della Binaghiline) al Roland Garros, Bezzecchi, Bagnaia e Di Giannantonio in Ungheria.
Nei prossimi giorni le attese si moltiplicano esponenzialmente. Perché attendiamo il ritorno al centro della Juve e del Milan: la prima è sparita dai radar, se ne scrive e parla pochissimo, sembra addirittura diventata un argomento secondario, marginalissimo. Il secondo è invece entrato da settimane nel campo del surreale: un’autentica presa per i fondelli per una tifoseria che non si è fatta mai mancare. La presenza di Furlani era giustamente considerata - almeno sul piano calcistico - una iattura, l’assenza di un’idea di società per Cardinale e Ibra ha oltrepassato i confini dell’imbarazzo: toccare il Fondo dev’essere un sollievo quando continui a precipitare. Arrogance, un profumo sempre attuale.
Anche Napoli è in attesa di qualcuno e qualcosa. Per la precisione, di un dirigente del Milan in grado di firmare la risoluzione del contratto di Allegri.
L’Inter attende serenamente che Marotta convinca prima sé stesso e poi Oaktree ad autorizzare la spesa per Palestra. La domanda alla quale il presidente vuole e deve rispondere riguarda la legittimità dell’investimento: se arriverà alla conclusione che Palestra è effettivamente buono-buono, i soldi si troveranno. Altrimenti ciccia. Opinione personale: Beppe e Ausilio si presenteranno alla gioielleria Percassi e ne usciranno col giocatore.
Il tifoso laziale attende da anni che Lotito ceda la società ad altri: disilluso e stremato, ha scelto di mettere in stand-by la propria passione. C’è ancora chi, tra i laziali, rimprovera al Corriere dello Sport di non aver mai titolato “Lotito, vattene!”. Ripeto per l’ultima volta che a questi inviti il presidente risponderebbe con una risata e un vaffa. Che ci risparmiamo volentieri: più opportuno seguire l’evoluzione della protesta e capire fino a che punto Lotito riuscirà a gestirla.
Noi tutti attendiamo il Mondiale degli altri, pronti a domandarci: com’è possibile che in America ci sono nazionali tanto scarse e noi siamo a casa, davanti alla televisione, a mangiarci le mani e non solo quelle?
