L'Inter, le scelte di Chivu e il calcio che non è lo sci

Leggi il commento sulla situazione in casa nerazzurra dopo l'eliminazione in Champions League
Alberto Polverosi
5 min

La prima italiana, la migliore delle italiane, ha già lasciato la Champions perdendo anche la gara di ritorno. Da vice campione d’Europa, l’Inter è uscita dalla Coppa al primo scontro diretto. La qualificazione è sfumata all’andata, questo è certo, forse anche per il campo sintetico, come dice Chivu, ma più probabilmente per le sue scelte. Per passare, l’Inter doveva segnare tre gol, senza prenderne alcuno, e oggi Atalanta e Juventus dovranno farne sette (rispettivamente tre e quattro), a loro il compito di non lasciare la Serie A senza una rappresentante in Champions. A San Siro la partita vera è durata un’ora. L’ha conclusa molto prima del 90' una follia di Akanji, rientrato da pochi minuti in campo con una fasciatura intorno alla testa: aveva preso una botta e perdeva sangue e per quanto l’ha combinata (grossa, grossissima) forse era ancora frastornato. In quella prima ora la palla era sempre stata dell’Inter e sempre nella metà campo del Bodø, il parziale era di ventun tiri a tre, quarantacinque attacchi a sette, dieci calci d’angolo a zero e appena due ripartenze dei norvegesi. Difficile fare di più in quei 60 minuti.

Semmai l’Inter poteva fare qualcosa di meglio, attaccare con più velocità e più qualità, aggirare il Bodø con più frequenza sugli esterni, ma non era facile. La pioggia di meteoriti gialle scatenata dai norvegesi e caduta sulla testa dei nerazzurri la scorsa settimana non si era mai vista a San Siro. Sarà sicuramente vero che Klopp ha fatto i complimenti a Knutsen per il gioco del Bodø, ma fino allo sciagurato passaggio indietro di Akanji nella sua squadra c’era tanto del vecchio catenaccio. L’Inter doveva attaccare contro dieci uomini schierati nella propria metà campo. Oh, sia chiaro, il catenaccio è un’arma che noi conosciamo bene, un’arma più che lecita, ma nessuno ci faccia lezioni tecnico-morali sul gioco, perché in quel modo in Italia giocavamo già un po’ di anni fa. Il rimpianto per questa eliminazione è quasi tutto nell’andata, quando Chivu ha consegnato il centrocampo a Barella, che non sta attraversando il suo miglior periodo di forma, escludendo sia Dimarco che Zielinski e ieri sera quei due sono stati fra i migliori in campo.

Rispetto alla trasferta in Norvegia c’erano sei giocatori differenti sparsi in tutti i reparti e un paio di quelli rimasti a bordo campo potevano servire davvero. Il primo è Lautaro Martinez: con tutta quella produzione offensiva, avrebbe fatto più paura al Bodø di quanta ne ha fatta Thuram. Il secondo è Calhanoglu: la sua presenza avrebbe aumentato la qualità collettiva e consentito a Zielinski di fare la mezz’ala. Ma è andata così. Preso il primo gol, l’Inter si è fermata e in contropiede (eccole le meteoriti) ha preso anche il secondo. Da quel momento solo orgoglio, attacco a testa bassa e una rete di Bastoni per cercare almeno di non perdere anche questa partita. E invece... E’ vero che il calcio cambia, che ogni Paese si aggiorna, cresce, migliora, ma l’Inter, la vecchia grande Inter, è uscita dalla Champions contro una norvegese. Era già successo alla Nazionale, sempre a San Siro. Calcio, non sci.


© RIPRODUZIONE RISERVATATutte le news di Champions League