Pagina 3 | Malagò in corsa per la presidenza della Figc dopo Gravina: c'è solo un ostacolo da superare

L'ex numero uno del Coni piace ai club di vertice, ma non a tutta la politica: saranno decisivi i voti di dilettanti e calciatori

ROMA - I non pochi sostenitori del “Mala-gol” hanno già tracciato un sentiero. Se esiste un uomo - questa la loro tesi - in grado di rappresentare un argine credibile alla volontà della politica di fagocitare il calcio, quello dev’essere l’ex numero uno del Coni, il dirigente che il governo ha sradicato da Palazzo H senza neppure la proroga che chiedeva (mentre ai presidenti federali veniva cancellato il limite dei mandati) per arrivare da presidente a Milano-Cortina. Le Olimpiadi nostrane Malagò ha saputo comunque viverle da mattatore ben oltre la carica di guida della Fondazione, grazie a quello stile da leader e da frontman che gli viene piuttosto naturale. E che per certi versi attrae pure la politica pallonara disorientata dalle dimissioni di Gravina. Ma come, Malagò proprio ora che bisognerebbe andar d’accordo con il governo Meloni, al quale andare chiedere soldi, sgravi fiscali e misure a sostegno del movimento? È la controtesi di chi già rumoreggia al pensiero di Giovanni padrone di Via Allegri. Sulla carta potrebbe apparire come un paradosso. Eppure diverse big del campionato si stanno già muovendo per costruirgli una candidatura su misura. Che, attenzione, rischierebbe di naufragare nel caso in cui uno dei punti del programma fosse, come diceva De Laurentiis, la riduzione a 16 del numero delle squadre. Le piccole si sfilerebbero e ci sarebbe subito un bel guaio politico.  


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Cosa accadrà

Di tempo, comunque, ce n’è. Il 13 maggio è la data ultima per avanzare le candidature e difficilmente i più quotati usciranno allo scoperto adesso. Registrata la discesa in campo di Gianni Rivera, che ha parlato di «programma ben preciso», i veri conti si faranno tra circa un mese. Il presidente federale si elegge con i voti delle componenti (pardon, dei delegati) e la sola Lega di A vale il 18% del totale coi suoi 20 votanti. Troppo poco per vincere. Anche se sono quei venti a trainare il carrozzone dal punto di vista economico-finanziario. Di solito, ed è cosa altrettanto nota in ambienti federali, questo gioco lo coordina la Lega Dilettanti, che da sola vale il 34%. Ecco perché Giancarlo Abete, da anni una sorta di Demiurgo in Federcalcio, considerato dalle componenti il portatore di equilibrio nei momenti di caos, se sciogliesse le riserve sarebbe parecchio avanti a ogni potenziale avversari. Poi bisognerebbe fare i conti con l’opinione pubblica, che non vota ma influenza: Abete e Malagò sono due dirigenti di vecchia data, ma se il primo si è già dimesso da presidente federale nel 2014, il secondo dovrebbe fare i conti con lo scarso gradimento del ministro per lo Sport, Andrea Abodi, che questa partita la sta giocando dal day after di Bosnia-Italia. Resta sempre valido lo scenario di un ex calciatore sulla poltrona presidenziale: se ne parla da decenni, non è mai accaduto. 

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I voti delle componenti del calcio

Serie A e Serie B in qualsiasi caso convergerebbero su un unico nome, mentre la Serie C guidata da Marani è sempre stata più vicina alle posizioni della LND. I calciatori, con il loro 20%, storicamente votano insieme agli allenatori (10%). Non è un segreto che la posizione di Gravina fosse politicamente solidissima grazie al sostegno di dilettanti e atleti, alle quali aveva assegnato le due cariche vicepresidenziali (Ortolano da un lato, Calcagno dall’altro): sono le uniche componenti che messe insieme fanno la maggioranza (34%+20%). L’urna del 22 giugno potrebbe anche scegliere la strada della rottura. Solo che per sfasciare è necessaria una volontà demolitrice comune. E le correnti del calcio che Gravina, non senza compromessi, aveva faticosamente incollato, arrivano all’appuntamento divise e pronte a far valere anti che rivalse.  

 

 

 


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I voti delle componenti del calcio

Serie A e Serie B in qualsiasi caso convergerebbero su un unico nome, mentre la Serie C guidata da Marani è sempre stata più vicina alle posizioni della LND. I calciatori, con il loro 20%, storicamente votano insieme agli allenatori (10%). Non è un segreto che la posizione di Gravina fosse politicamente solidissima grazie al sostegno di dilettanti e atleti, alle quali aveva assegnato le due cariche vicepresidenziali (Ortolano da un lato, Calcagno dall’altro): sono le uniche componenti che messe insieme fanno la maggioranza (34%+20%). L’urna del 22 giugno potrebbe anche scegliere la strada della rottura. Solo che per sfasciare è necessaria una volontà demolitrice comune. E le correnti del calcio che Gravina, non senza compromessi, aveva faticosamente incollato, arrivano all’appuntamento divise e pronte a far valere anti che rivalse.  

 

 

 


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