Infantinopoli
Vorrei vedere un Mondiale che non mi facesse pesare troppo l’assenza dell’Italia. Un’abitudine inaccettabile che è diventata rassegnata assuefazione, dolore e soprattutto regola.
Vorrei che chi è stato chiamato ad arbitrare per il suo talento non fosse sottoposto agli altrui arbitri solo perché è nato in Somalia, non piace al potente di turno e non ha il passaporto giusto. Vorrei che la bellezza fosse anteposta al calcolo e il coraggio alla speculazione, anche economica.
Vorrei che il calcio tornasse a divertire ed emozionare, ma qualche dubbio lo coltivo, perché ho buona memoria - una condanna a volte - e ricordo fin troppo bene lo spettacolo indegno offerto dal Mondiale per club, Infantinopoli, dell’estate scorsa proprio negli Stati Uniti.
E poi vorrei che vincesse un eterno ragazzo che proprio quarant’anni fa, in Messico, venne confinato in tribuna e fece il turista suo malgrado perché , anche in quell’occasione, al talento si preferì il numero, l’algoritmo, il risultato matematico di un test in altura per decidere se un campione fosse in grado di giocare o meno da par suo.
Vorrei che Carlo Ancelotti fosse ripagato con gli interessi e vincesse, da straniero, con il suo Brasile. Coronerebbe così una carriera inimitabile portando al successo per la prima volta nella storia una nazionale non guidata da un indigeno.
Vorrei anche che Messi e Ronaldo - per entrambi è the last dance – non ci permettessero con straordinarie giocate di dire o scrivere «si vede che sono invecchiati».
Vorrei che accendessero la luce per dimostrare a un movimento che è meno illuminato di un’antica notte marsigliese che si può essere grandi anche a quarant’anni, come Jimmy Connors, come Dino Zoff, come Cassius Clay senza essere messi all’angolo dall’anagrafe.
Vorrei vedere dei nuovi giovani protagonisti nel torneo più nobile. Li vorrei sfrontati, ribaldi, pieni di rabbia, giusto per far venire qualche buona idea ai nostri dirigenti.
Vorrei gli stadi pieni e pochi scontri. Vorrei vedere la fratellanza che sa restituire solo lo sport. Vorrei la favola, moltiplicata nei luoghi in cui le favole esistono ancora ed esistono davvero. Senza scontri, colpi proibiti, notizie da cronaca nera o, purtroppo la possibilità c’è, basta guardarsi intorno, peggio ancora.
Vorrei Cannavaro e Montella oltre gli ottavi di finale. Vorrei che la gavetta avesse un senso. Vorrei che gli ultimi diventassero primi e sorprendessero, stupissero, aprissero una nuova strada. Vorrei il calcio di ieri che accoglie quello di domani, vorrei la semplicità al posto delle decisioni cervellotiche, vorrei meno novità regolamentari e più sensatezza per non allontanarci sempre più dal calcio tradizionale. Era bello, era popolare. Chi ha offeso? Che colpe deve pagare per essere esiliato senza giusto processo?
Infine vorrei che questo fosse l’ultimo Mondiale senza di noi. Ci manca stringerci, abbracciarci, vivere notti magiche. Chiedo troppo?, chiediamo troppo?
Dimenticavo: vorrei che qualcuno si preoccupasse di ciò che sta accadendo a Gianluca Rocchi, distrutto, schiacciato, condannato senz’appello - e senza aver commesso alcun reato - da un’inchiesta al momento sospesa: così va un mondo capovolto. Un mondo in cui il populismo e il cappio a mezzo social hanno sostituito il ragionamento.
PS. Vorrei anche che il Ministro per lo sport e i Giovani Abodi, che è persona degna, si affrancasse dall’ossessione Malagò. La storia dell’ineleggibilità ripetuta a pochi giorni dall’elezione del nuovo presidente federale sta diventando un po’ ridicola e un po’ sinistra. Un commissario (chi, poi?) non potrebbe cambiare il calcio italiano, un dirigente sportivo di alto profilo che ne conosce i problemi e gli attori, può nel giro di due anni, trovare qualche piccola soluzione-tampone che in prospettiva può trasformarsi in grande: l’unico che è riuscito veramente a cambiare le cose dopo esser stato in una cabina è Superman (cit.).
Ricordiamoci sempre che siamo italiani e che la natura non ci ha dotato della pazienza necessaria per sviluppare progetti a lunga scadenza e rivoluzioni a breve. È impossibile, dicevamo, essere rivoluzionari: c’è sempre un parente sull’altra sponda. I proverbi sono lì per essere smentiti. Proviamoci, conviene a tutti, prima di sparire serve almeno sperare.
