Inter, capolavoro Inzaghi: tutte le mosse tattiche contro la Juve

Prova sublime e autorevole: Lautaro più dietro blocca Locatelli e libera Hakan. Tutte le differenze rispetto al 26 novembre
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Fabrizio Patania

La regìa sublime di Calhanoglu nel Derby d’Italia si racconta anche attraverso la scelta precisa di Inzaghi, Thuram prima punta e il “sacrificio” tattico di Lautaro Martinez, non solo perché sa venire incontro alla palla e fa spesso quel movimento, come è accaduto domenica a San Siro. Il Toro si è mosso da trequartista e, galleggiando davanti ai tre difensori centrali della Juve, si infilava tra le linee ricevendo il passaggio ogni volta in cui Locatelli provava a salire. Nel piano tattico di Allegri, lo stesso interpretato il 26 novembre allo Stadium con una risposta differente, il play bianconero senza palla doveva andare a intercettare Calhanoglu, lasciando Vlahovic su Acerbi, Yildiz nella zona di Pavard e McKennie pronto a salire su Bastoni. Locatelli si è accorto subito che non era conveniente “schermare” il turco. Lautaro, alle sue spalle, era smarcato e da quella posizione, ricevendo palla con frequenza dal centrocampo e dagli esterni, innescava in profondità Thuram.

Calhanoglu, regìa totale e libertà eccessiva

L’assalto furioso dell’Inter, nei primi minuti, ha costretto la Juve ad abbassarsi, chiudendosi nel suo castello difensivo, sotto la linea della palla. L’effetto si è visto. Calhanoglu, il migliore in Italia e tra i top nel ruolo in Europa, è stato bravissimo. Una regìa totale, a tutto campo, alternando fraseggio corto e lanci lunghi (pazzesco quello di sessanta metri, colpendo d’esterno, per Dimarco), andando al tiro oppure velocizzando la manovra con un tocco. Ha giocato in modo fantastico, anche perché godeva di una libertà eccessiva: di fatto non era marcato, così ha indirizzato e comandato la partita. Allegri è stato ricoperto di critiche, ma Chiesa non è in condizione e Yildiz è un esordiente di appena diciotto anni. Era impossibile per la Juve sostenere tre punte e figuriamoci se Max avesse scelto di togliere un attaccante, lasciando anche il turco in panchina con Miretti titolare in marcatura su Calhanoglu. Mossa conservativa senza dubbio, non da Juve, ma forse l’unica possibile per contrastare la superiorità dell’Inter. E il pareggio, in chiave scudetto, avrebbe avuto lo stesso significato di una vittoria. Manca la controprova, ma la differenza di valori (e di alternative) dovrebbe essere chiara. Oggi è dura giocarla alla pari.

Pavard fa tutto: difensore, ala e attaccante aggiunto

L’Inter ha vinto sfruttando la completezza del suo gioco, muovendo velocemente e con precisione la palla da una parte all’altra del campo, dimostrando pazienza e occupando benissimo i corridoi interni, le zone in cui si muove la mezzala, per attirare Gatti e Danilo fuori dalla linea difensiva. L’asse Bastoni, Mkhitaryan, Dimarco è una garanzia dalla passata stagione. La vera novità delle ultime settimane è nell’inserimento ormai compiuto di Pavard sulla fascia destra. Il francese ex Bayern, con un suo raid, aveva deciso la finale di Supercoppa a Riyad servendo l’assist per Lautaro. Nel Derby d’Italia, Pavard non è stato decisivo solo entrando nell’area bianconera in occasione dell’autogol di Gatti. Terzo difensore centrale, ma anche quinto a destra o attaccante aggiunto. Ha fatto tutto e senza respiro, coprendo ben 11,6 chilometri. Un mostro di bravura nell’occupazione degli spazi e nella capacità di “relazionarsi” con Barella e Darmian. Da quella parte, la Juve ha sofferto. L’intesa e gli scambi degli interisti funzionavano benissimo. Il calcio “relazionale” di cui parlava il ct Spalletti otto giorni fa a Coverciano.


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