Juve, ecco Carnevali: l’uomo giusto al posto giusto
È una faccia da Juventus. Quella vera. Una faccia di chi sa come funzionano le cose nel football italiano. Di chi ha dimestichezza col calcio e col potere. Di chi sa come muoversi. Quale telefono chiamare. Perché ne ha viste tante, e tante ne ha imparate. Un colpo da Juventus della tradizione. Che vinceva con quelli bravi, bravissimi e allo stesso tempo un po’ canaglie. Quelli perbene in Italia non li rispetta nessuno. Così come i simpatici: è simpatico solo chi perde. Andrea Agnelli lo avrebbe voluto con sé. E Beppe Marotta lo ha scelto come testimone di nozze. In un mondo in cui fare i testimoni di nozze fa curriculum.
Carnevali, uno con il calcio dentro
Carnevali è nell’ambiente dagli anni Ottanta. Da quando la sua famiglia rilevò la Milanese Calcio. La carriera cambia se nel tuo periodo di formazione, conosci e lavori con sacerdoti della statura di Ariedo Braida e Marotta. È come studiare a Cambridge o a Stanford. È cresciuto imparando da Giorgio Vitali storico direttore sportivo. È uno di quelli che non ha mai smesso di apprendere. E ha sempre provato a frequentare chi ne sapeva più di lui, seguendo il consiglio delle nonne. Ha talmente tanto calcio dentro di sé che nei primi anni Novanta, da dirigente del Pavia, ebbe tra i suoi giocatori un certo Massimiliano Allegri insolente livornese, mezz’ala di talento che ancora non aveva conosciuto Galeone.
Il curriculum di Carnevali
È rimasto fin troppo al di fuori della bretella del potere calcistico italiano. Ci arriva a 65 anni. Ma da noi l’età è un dettaglio, di certo il fuso orario dell’anagrafe è diverso dal resto d’Europa. Nel frattempo si è costruito un curriculum e un background quasi unici. Il campo, il pallone. Ma non solo. Le scrivanie, i rapporti, le relazioni. E il management. Con un’azienda, la Master Group Sport, con cui si è occupato di marketing ed eventi sportivi. In collaborazione anche con la Federcalcio. Anche un po’ di sano familismo con le sue due figlie (com’era la storia del peccato e della pietra scagliata?). A tutto questo va aggiunto il Sassuolo, il calabrone del pallone: vola eppure scientificamente non potrebbe. Da dodici anni è come se fosse il presidente di una delle realtà più brillanti del calcio italiano. Ha lavorato gomito a gomito con Giorgio Squinzi visionario imprenditore sportivo (oltre che dell’edilizia s’intende): un signore che ha fatto la storia del ciclismo mondiale. Carnevali ha messo il Sassuolo al centro del villaggio nazionale. Con l’appoggio non banale della famiglia Squinzi, è vero. Ma senza competenze, i soldi non bastano. Lui quei soldi li ha messi a frutto e ha reso il club autosufficiente. Lo stadio lo ha realizzato nel 2019. Ha avuto per tre anni De Zerbi allenatore, prima che andasse all’estero e diventasse inaccessibile per le casse dei nostri club. Ha lanciato e venduto tanti di quei calciatori: Frattesi, Scamacca, Raspadori, Locatelli, Pellegrini, Zaza, Boga, tra gli altri. E, dettaglio non banale, è sopravvissuto e ha fatto sopravvivere la sua creatura a due lutti: la morte di Squinzi e la retrocessione. Nel 2019 della Juventus (senza più Marotta) disse: "In questi anni ha fatto un salto incredibile, meritato, ma con gli altri club fatica a legare. Peccato. Ciascuno pensa per sé e il nostro calcio ha perso troppo tempo. Invece io penso che la Juventus potrebbe essere la nostra locomotiva". Gli davano dello Scansuolo quando incontrava i bianconeri. In tv non ebbe timore di dire che aveva aiutato la Roma a chiudere due operazioni entro il 30 giugno: "Credo sia anche una cosa giusta tra società. Nel momento in cui ci si può aiutare e ci si può dare una mano, bisogna farlo". È un rappresentante del calcio solido. In politica sarebbe definito un uomo della Prima Repubblica. Che ha saputo adattarsi alla seconda. Ma ha studiato quando la politica era una cosa seria.
