Lazio, i funerali di D'Amico: "Vincenzo per sempre"

L’omelia di Padre Vittorio: "Da uomo e da sportivo vivrà per l’eternità nel cuore di tutti". Gli ex compagni in lacrime e uniti dietro l’altare
Lazio, i funerali di D'Amico: "Vincenzo per sempre"© LAPRESSE
5 min
Fabrizio Patania

ROMA - Non servivano altre parole, lettere o testimonianze per raccontare Vincenzo D’Amico. «La messa è finita, andate in pace». Quando Padre Vittorio ha pronunciato la formula liturgica, un brivido ha riempito la volta della Chiesa Gran Madre di Dio e tutti, quasi in modo spontaneo, hanno cominciato a battere le mani senza fermarsi. E’ diventato un applauso lunghissimo, interminabile, intenso e armonioso. Era come se nessuno volesse farlo andare via. Scorrevano le lacrime. Bruno Giordano, Massimo Maestrelli, James Wilson, Giancarlo Oddi, Stefano Re Cecconi e Michelangelo Sulfaro hanno caricato sulle spalle il feretro e accompagnato il numero 10 più grande della storia della Lazio, per classe e senso di appartenenza ma non solo, verso l’uscita. La Chiesa era piena di gente. Nel piazzale di Ponte Milvio, abbrustolito dal sole a picco, non si vedeva l’asfalto, coperto dai tifosi di nuova e di vecchia generazione. Quasi duemila persone a occhio. Lo striscione srotolato dagli Eagles Supporters. La dedica indovinata dagli Ultras della Curva Nord. «Chi non tradisce diviene immortale. Onore a Vincenzo, vero laziale».

Gli alfieri di una Lazio irripetibile e maledetta

Si sono accesi i fumogeni. Cantavano l’inno della Lazio, stava volando un’altra aquila nel cielo. Eraldo Pecci, interprete dello stesso calcio e brillante opinionista nei salotti della Rai, ha spalancato gli occhi mentre stava scendendo la scalinata ed è rimasto a guardare incantato l’amore generato dal Golden Boy dello scudetto ‘74, salito da poche ore in Paradiso accanto al “Maestro” Tommaso, a Bob Lovati, ai suoi compagni Re Cecconi, Chinaglia, Frustalupi, Polentes, Facco, Pulici e Wilson, gli alfieri di una squadra irripetibile e maledetta. Massimo, il figlio di Maestrelli, due giorni fa chiedeva a Gigi Martini il perché di tanto accanimento. Ha scelto di sedersi dietro le famiglie Pulici e Wilson, in una panca centrale. Un dolore vissuto con compostezza e discrezione, all’interno della stessa chiesa in cui (da bambino e con suo fratello Maurizio) nel 1976 aveva assistito al funerale del babbo, come lo continua a chiamare.

I funerali di Vincenzo D'Amico

Una messa raccolta e partecipata

Padre Vittorio ha raccolto dietro l’altare, seduti a semicerchio quasi fossero a centrocampo e guardando Vincenzo, gli ex compagni di ogni Lazio della sua epoca e gli amici più stretti. Nanni, Petrelli, Lopez, Spinozzi, Calisti, Torrisi, Piscedda, Bergodi, Agostinelli. E ancora i figli di Pulici e Re Cecconi, Pino Capua, Toni Malco, Buccioni. La messa è filata via in silenzio. Atmosfera raccolta e partecipata, neppure un sussurro. La lettera di San Paolo Apostolo ai romani dedicata alla riconciliazione e un brano del Vangelo secondo Giovanni legato al tema della comunione. Padre Vittorio, attraverso l’omelia, ha tratteggiato l’umanità e il talento di D’Amico: «Questo è un passaggio, non la fine. Si vive per l’eternità. Stiamo qui insieme per ringraziare il Signore e accompagnare Vincenzo. Era il genio che sapeva dare il colpo d’ala alla partita e portare il sorriso fuori dal campo. Da uomo e da sportivo è entrato nel cuore di tutti». La moglie Simona con Alessandro e Nicolò. Il fratello Rosario. Lotito, Cataldi e Manzini rappresentavano la Lazio. Campione trasversale, onorato dal le istituzioni. La Figc, di cui il primogenito Matteo è dipendente apprezzato, era presente con il presidente Gravina, Ghirelli, Brunelli e Coramusi. Gianni Petrucci e Andrea Abodi, ministro dello sport, confusi tra la folla. Il gonfalone della Polisportiva. La corona di fiori della Roma. E ancora Suor Paola, Gabriella Grassi, Angelo Peruzzi, Tonino Tempestilli, Carlo Perrone, chissà quanti altri ne dimentichiamo o non abbiamo visto, e una folta rappresentanza della Rai (Volpi, Gentili, Rimedio, Bizzotto, Antinelli, Rolandi) perché aveva saputo incantare davanti al microfono. Pennellava opinioni e analisi puntuali con dolcezza come era il suo calcio , pieno di poesia, gol e assist. Ti scherzava con dribbling e sorrisi. L’arte di un fuoriclasse della vita.


© RIPRODUZIONE RISERVATA

Commenti