Auguri Arrigo Sacchi, oggi compie 80 anni: dalla visione di Berlusconi alla costruzione di un Milan unico
Galeotto fu quel doppio sorteggio di coppa Italia a metà degli anni Ottanta. Già, perché grazie a quel sorteggio, per due volte di seguito, il Milan di Liedholm passato da pochi mesi sotto la guida ambiziosa di Silvio Berlusconi, incrociò il Parma (serie B) allenato da questo semisconosciuto di Arrigo Sacchi, accreditato come un folle sognatore. E invece il destino volle che l’incontro tra due visionari provocasse la prima, autentica rivoluzione calcistica del Belpaese caratterizzata da una striscia inarrivabile di riconoscimenti e trionfi internazionali. Silvio Berlusconi scoprì il calcio del Parma e la sera, a cena, con Adriano Galliani, elaborò la teoria che avrebbe sconvolto la concorrenza. «Se Sacchi riesce a ottenere questo calcio in serie B, figuriamoci cosa sarebbe capace di fare con i nostri» fu l’avviso di un innamoramento fulmineo. Arrigo, che si era già promesso a Italo Allodi per allenare la Fiorentina, convinto da un amico di famiglia (Ettore Rognoni, dirigente Mediaset; ndr), raggiunse Arcore invece di attraversare l’autostrada della Cisa e da quel giorno cominciò l’avventura del signor Bonaventura (per i milanisti).
L'uomo del destino
L’uomo del destino, venuto da un paesino della Romagna, Fusignano, diventato allenatore per intuito del bibliotecario Alfredo Belletti non impiegò molto tempo per stregare il pubblico, convincere anche i critici più scettici (con l’eccezione di Gianni Brera che non si arrese neanche dopo la finale di Barcellona dell’89 con la Steaua definendo quella memorabile prova il trionfo di un “eretismo podistico”; ndr) e lanciare un nuovo stile calcistico capace di incantare mezzo mondo.
Il suo primo Milan, quello appunto nato nell’estate dell’87 durante una famosa convention al castello di Pomerio, Brianza, è poi diventato per l’Uefa - insieme con l’Ajax di Cruyff e il Barcellona di Guardiola - “la più grande squadra di tutti i tempi”.
"Voglio giocare bene"
«Voglio giocare bene» fu il suo primo comandamento che si sposò con l’editto berlusconiano “vincere e convincere”. Sulle prime ne rimasero affascinati innanzitutto i suoi calciatori, da Baresi a Maldini, da Ancelotti a Evani, da Tassotti a Donadoni cui si aggiunsero i tre olandesi per ottenere i quali Sacchi si oppose all’arrivo dell’argentino Borghi per completare il trio con Rijkaard “rapito” da Galliani e Braida durante un blitz in Portogallo che provocò la rivolta del tifo locale.
I successi di Sacchi
«Ha vinto solo uno scudetto» ripetevano i suoi detrattori ignorando che nel frattempo Sacchi e quel Milan avevano collezionato un paio di coppa dei Campioni, più due edizioni di Supercoppa d’Europa, sbaragliando Benfica e Barcellona, la Samp di Vialli e Mancini e imponendo il marchio di fabbrica nella lontanissima Tokyo con due trionfi consecutivi nella coppa Intercontinentale. Arrigo si era dedicato, quasi per convertire i miscredenti, a una campagna internazionale dopo aver vinto il duello tricolore con Maradona perché, come confessò più volte, era inseguito “dall’ossessione per la perfezione”. Che gli riuscì in alcune partite, preparate a tal punto bene da trascurare le sfide di campionato come capitò anche durante l’inseguimento alla prima coppa Campioni. Durante quel viaggio dovette superare ostacoli inattesi: un gol non visto a Belgrado, il pomeriggio dopo la nebbia, un secondo in Germania col Werder e infine un gol annullato per fuorigioco inesistente col Real Madrid prima di piegare l’armata blanca con un 5 a 0 da favola a San Siro.
Dopo la panchina
Tracciata la strada sulla panchina, provò a ripetersi dietro la scrivania, da dirigente prima al Real Madrid (si deve a lui la scoperta a Siviglia di Sergio Ramos) e poi al Parma del dopo Tanzi dedicandosi al risanamento finanziario grazie alle cessioni di Adriano e Mutu.
Oggi, nel giorno del suo compleanno numero 80 gli faranno compagnia, oltre all’affetto della famiglia e la riconoscenza dei tanti milanisti rimasti vedovi inconsolabili di quelle emozioni, tutte le coppe originali regalate da Silvio Berlusconi e gli attestati dell’Uefa e dei campioni più celebrati (il pallone a scacchi firmato con dedica da Alfredo Di Stefano, Maradona e Pelè) custoditi nella sua casa a Fusignano. Arrigo Sacchi ha lasciato una pesante eredità raccolta qui e là da alcuni allievi che ne hanno colto lo spirito: Ancelotti, Conte, Guardiola, Sarri e De Zerbi sono i primi nomi che lo stesso Arrigo è disposto. È la conferma che quel ciclone di nuove idee controcorrente apparso tanti anni fa a Milano non è passato invano.
