Roma, una coppa chiamata Mourinho

Roma, una coppa chiamata Mourinho© Getty Images
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Ivan Zazzaroni
TagsMourinho

Questa coppa si chiama José. Non Conference League, ma José. José l’allenatore che costringe i suoi a dare tutto, anche l’oltre. José, o Mou, che ti fa sentire squadra, giocare da squadra, soffrire da squadra. Vincere da squadra. José che conosce la tensione, ma non la paura; José al quale non puoi dire di no e che prepara il prima, il durante, il dopo. José delle cinque finali vinte su cinque che subito dopo aver toccato la coppa ha acceso il cellulare e trovato i complimenti di Ancelotti e di tanti suoi ex. José di nuovo nella storia con Smalling, ma anche con Rui Patricio, Zaniolo e Pellegrini, Ibanez e Cristante, Zalewski e Abraham, che ha corso per novanta minuti praticamente senza toccare palla. Ma per gli altri, per l’obiettivo.

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La tensione della finale - per molti la prima della vita - ha indurito le gambe insieme alle idee, “fucilato” molti piedi, tolto precisione, messo fretta. Ha fatto sbagliare anche chi aveva scelto la soluzione più facile, orizzontale, la meno rischiosa. La tensione e la paura di creare un vuoto hanno reso orribile il primo tempo, nel quale solo Smalling e in parte Cristante sono sembrati sempre presenti a sé stessi. Anche al Feyenoord, che ha palleggiato di più, sono mancate la lucidità e la qualità e non è casuale che, oltre al gol di Zaniolo, si sia visto poco calcio di livello europeo.

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E poi c’è un altro genere di tensione o di paura, quello che nei primi dieci minuti della ripresa hanno provato i romanisti storditi dalle accensioni degli olandesi: due pali, un paio di parate di Rui Patricio e insomma un campionario di occasioni sprecate.

E la fatica e la stanchezza e i muscoli improvvisamente sfibrati e la sfida che si è ridotta a imprecisioni diffuse, e infine di nuovo Abraham a terra sfinito, come la volta in cui Mourinho lo costrinse a soffrire senza la possibilità della resa.

Questa Conference, questa coppa, questo titulo atteso per più di cinquemila giorni, impone ora ai Friedkin di investire in qualità per sviluppare secondo logica il discorso iniziatosi il 4 maggio 2021 con una scelta forte, anzi fortissima e spiazzante. José Mourinho è - lo ripeto dopo mesi - il valore tecnico più alto nella storia della Roma, un allenatore che era e resta abituato a misurarsi soltanto con i grandi traguardi. Nella sua prima stagione ha fatto cose che nessun altro avrebbe saputo realizzare partendo dalla rinuncia alla sua coraggiosa intransigenza. Vorrei dire che si è accontentato, ma rischierei di risultare offensivo. Mi ritrovo perfettamente nelle parole di Mario Sconcerti quando scrive che “finiamo per pensare che la Champions sia un riferimento naturale, ma non è così. Il calcio è fatto a strati, è giusto averne coscienza. Roma ha fatto di più, si è entusiasmata alla coppa prendendola non come la destinazione del viaggio, ma come un inizio. E anche io credo lo sia. C’è qualcosa nel suo progetto che si sta svelando lentamente. Nessuno sa cosa stia diventando, ma si avverte il talento di una guida forte, dal campo alla proprietà. La Conference è stata la chiave che ha aperto il futuro”.

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L’evoluzione naturale del rapporto comporta dunque una crescita della squadra e delle ambizioni, non autorizza singolari economie di (calcio) mercato, incertezze, ritardi. Come quello che potrebbe portare alla rinuncia di Mkhitaryan, sempre più vicino all’Inter.

Mourinho vuole e deve restare. Con l’entusiasmo di chi sa di poter lavorare per qualcosa di serio. Di più alto. Qualcosa da Mourinho. Che non può essere per sempre José. Che festa sia. Per la prima coppa José della storia.

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