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Nuoto, è cambiata l’Italia

Leggi il commento su uno dei nuovi settori di punta degli azzurri
Cristiano Gatti
Cristiano Gatti

4 min

Pubblicato il 31.07.2025, 08:38

Al ritorno non ci fanno più salire sugli aerei, bagaglio fuori peso, troppo metallo prezioso nelle valigie. Che si venga dalle Olimpiadi, dagli Europei o dai Mondiali, ormai è sempre la stessa storia: siamo sovraccarichi di roba pesante. Tariffe agevolate per viaggiatori diversamente agili invece quando tornano calciatori e ciclisti, perennemente con bagagli leggerissimi.

Sta cambiando qualcosa, o forse facciamo prima a dire che è già cambiato tutto. I nostri grandi sport di popolo, calcio e ciclismo, sono immersi fino alle orecchie nella loro era più cupa, in un malinconico sentore di cateteri e pannoloni. Il nostro Eldorado s’è spostato più in là, verso territori che storicamente abbiamo sempre frequentato da imbucati, sopportati, compatiti. Guardavamo gli altri Paesi con immancabile complesso di inferiorità, vedevamo attraverso i nostri occhi poveracci la grandezza atletica dei ragazzi stranieri. Tornando tra di noi, potevamo soltanto fare una timida autocritica, cosa pretendi, abbiamo in testa solo il pallone, storicamente ci siamo permessi qualche distrazione con le grandi rivalità del ciclismo, Coppi-Bartali, Moser-Saronni, Bugno-Chiappucci, però dopo Pantani il ciclismo non si può più vedere, dai... 

E adesso. C’è Sinner, e va bene. Ma ci sono le ultime due Olimpiadi, Tokyo e Parigi, entrambe con 40 medaglie, una cosa da alzare il Pil. Atletica e nuoto, i nostri grandi tabù, sono diventati settori di punta (non per gli impianti, questo no, quando mai). Donne e uomini, individuali e di squadra: ci viene tutto bene. Giorni fa abbiamo vinto ancora la Volleyball Nations League con le ragazze di Velasco. Più calcio e ciclismo precipitano in Borsa, questa strana Borsa dichiaratamente sociologica, più schizzano le quotazioni degli altri settori. Tu chiamali, se vuoi, sport minori: se ne hai ancora il coraggio. 

Non può più essere una coincidenza. Chiaramente non possiamo cavarcela così alla carlona. Qualcosa va rimarcato e spiegato. Di sicuro, tutte le famiglie italiane hanno assistito alla lenta riconversione di noi stessi, per mille motivi. Col passare degli anni, abbiamo chiuso i cortili e gli oratori, dove i ragazzini palleggiavano in pianta stabile, come pagati a cottimo. Contemporaneamente, abbiamo vietato ai bambini di girare in bici per borghi e quartieri, dove ormai aleggia la stessa prospettiva del gatto in tangenziale. 

Le mamme d’Italia allora non erano più incoscienti di quelle d’oggi, quelle d’oggi non sono più ansiose e apprensive: è il là fuori a non essere più lo stesso. E allora, complice il benessere sempre più diffuso, la lenta riconversione atletica: dal cortile alla palestra, dal marciapiede alla piscina, dall’oratorio alla pedana della scherma

È andata così? Regge, come spiegazione? Ce ne sono mille altre: l’organizzazione, il cambio dei gusti giovanili, magari persino un certo dosaggio di disillusione per le scommesse e il doping che troppe volte hanno mandato in frantumi le fantasie di calcio e ciclismo

Ci sta tutto. Ma per quanto possiamo trovare buone ragioni, forse facciamo prima a dire che è cambiata l’Italia

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