Bagnoli: Il mio calcio a piedi nudi

A 82 anni, l’uomo che ha portato il Verona nella storia vincendo lo scudetto dell’85, ha un solo cruccio: l’infortunio al ginocchio che gli vieta di giocare ogni settimana con i Grandi Ex dell’Hellas
Bagnoli: Il mio calcio a piedi nudi
Xavier Jacobelli

VERONA - Ha un cruccio. Solleva il pantalone e fa: «Vede il ginocchio? In ospedale hanno dovuto mettermi una placca per sistemarlo e così non posso più andare a giocare una volta alla settimana con gli Ex dell’Hellas: Fanna, Sacchetti e gli altri del gruppo. Sapesse quanto mi dispiace, ma non posso proprio farci niente». Ha una bella cera il signore a nome Osvaldo Bagnoli, che ha compiuto 82 anni il 3 luglio scorso: non gioca più, ma non salta una partita al Bentegodi quando gioca il Verona, squadra della quale è diventato un simbolo per sempre, da quando, nell’85, vinse lo storico scudetto. L’ultimo con il sorteggio arbitrale. «Sono passati trentadue anni, eppure, è incredibile quanto quell’impresa sia nella memoria e nel cuore della gente dell’Hellas. Nel 2015, c’è stato il trentennale: una festa mai vista. E, se vado in giro per la città, incontro sempre tifosi che mi fermano, mi danno una pacca sulle spalle, chiedono una foto. Mi fanno stare bene». Abbozza un sorriso timido, tipico di Osvaldo il Taciturno anche quando cavalcava la cresta dell’onda. «Però, non è vero che parlassi poco perché fossi timido: semplicemente, aprivo bocca solo quando avevo qualcosa da dire». 
 
IL SILENZIO STAMPA - Ci incontriamo al parco, ai piedi della strada che porta al Santuario di Nostra Signora di Lourdes, su una delle colline che sovrastano la splendida Verona. L’approccio è degno dell’antipersonaggio «Ma lei è venuto apposta da Roma per parlare con me?». E vorrei vedere, gli rispondo. Lui, subito: «Io non ho mai capito il silenzio stampa, sa? Ho sempre considerato il lavoro dei giornalisti e ho sempre interloquito con loro. E’ una questione di rispetto, i miei me l’hanno insegnato sin da piccolo. Rispetto del prossimo, della fatica di chi lavora, dei sacrifici necessari per conquistarsi ogni cosa. Lo sa che, da bambino, in cortile giocavo a piedi nudi? Mia madre, gli scarpini me li concedeva una volta alla settimana: costano cari, Osvaldo. Perciò, tienili da conto». Si saltabecca da un argomento all’altro, anche se Verona, il Verona, lo scudetto del Verona vanno e vengono nel mix delle parole. «Le dirò una cosa: soltanto con il passare del tempo, io e i miei giocatori abbiamo cominciato a renderci conto di ciò che abbiamo fatto. Oggi, le squadre sono diventate vere e proprie multinazionali; allora, gli stranieri in squadra erano due: Elkajer e Briegel, un danese e un tedesco. Eravamo un gruppo molto affiatato. La gente pensava avessimo chissà quali segreti: invece, andavamo così d’accordo che, in alcuni casi, non c’era nemmeno bisogno di parlarsi. Avevo 16-17 giocatori, oggi le rose sono molto più ampie».  
 
IL MODULO NON CONTA - Osvaldo si volta indietro e si rivede a diciotto anni, riserva del Milan: «Spesso ci capitava di pranzare con i grandi, con uno come Liedholm per intenderci. I miei amici? Marchioro, Bean, Radice, Trapattoni. Con Marchioro mi sento ancora spesso. L’ho avuto anche come allenatore, al Verbania. E’ da lui che ho imparato una regola fondamentale per chi vuol fare l’allenatore: non conta il modulo, contano i giocatori. E conta che a fare la squadra sia l’allenatore. Tocca solo e soltanto a lui. E’ per questo che, nella mia carriera, ci sono stati momenti in cui sono entrato in conflitto con qualche presidente. Per esempio, con Pellegrini: al primo anno, arrivammo secondi dietro al Milan; al secondo, quando mi esonerò eravamo quarti. L’Inter si salvò all’ultima giornata: vuol dire che tanto scarso non ero». I bambini nel parco giocano felici. Osvaldo si guarda attorno. «Verona è davvero il posto della mia vita. Da allenatore ci ho passato nove anni, dall’81 al ‘90, dopo avere giocato in gialloblù dal ‘57 al ‘60. Nell’81 avevo portato il Cesena in serie A, ma scelsi di rimanere in B, accettando la proposta dell’Hellas anche per Rosanna, mia moglie, veronese. Ci siamo conosciuti quando lei aveva diciannove anni e io ventidue. Non ci siamo più lasciati». Il discorso scivola sul senso della vita, sul nuovo calcio del terzo millennio, sui social e sulla metamorfosi dei protagonisti, sui calciatori tatuati e orecchinati. Sulla distanza, a volte abissale, che separa alcuni di loro dai tifosi, come se i primi fossero divi irraggiungibili. «E’ un errore non tenere in considerazione i desideri dei tifosi. Ti seguono, ti applaudono, ti fischiano quando le cose non vanno bene, ma, quelli veri, non ti mollano mai. A volte la memoria mi tradisce, sa com’è, è l’età. Eppure, ricordo molto bene i volti dei veronesi durante le feste per lo scudetto. Avevano in corpo una gioia tale che noi di quell’Hellas ce la siamo portati dentro per sempre».  
 
MI PIACE IL VAR - Le piace il calcio di oggi, signor Osvaldo? «Il calcio mi piace sempre. Lo seguo in tv, vado allo stadio quando gioca il Verona che spero si salvi, anche se è partito male in campionato, ma può succedere. L’importante è non arrendersi, rimanere uniti. Il Var? E’ una gran bella cosa la moviola in campo. La considero una novità molto positiva, un grande aiuto per gli arbitri. Ho notato che, dall’inizio del campionato, molti errori sono stati corretti grazie alla tecnologia e questo rende il calcio più giusto». Jupp Heynckes è tornato sulla panchina del Bayern a 72 anni. Lei, invece, ha smesso di allenare quando ne aveva soltanto 59. Perché? «Perché avevo intuito fosse arrivato il momento di smettere e, mi creda, le proposte non mancavano. Ma c’è un tempo per tutto e bisogna avere la forza di capire quando arriva il momento di lasciare». Allegri, Ancelotti, Conte, Lippi, Mancini, Sarri, Simone Inzaghi, Gasperini, Di Francesco, Spalletti: la scuola tecnica italiana è in salute. In testa c’è il Napoli di Sarri, che ama definirsi un tecnico operaio. Lo si diceva anche di lei: le piace Sarri? «Mi piace molto il gioco del Napoli di Sarri e il modo in cui lavora Sarri. E’ uno che si è fatto da solo. Uno come me». Il tempo vola. Imbrunisce. Sta per congedarmi. Domanda: «Adesso lei dove va?». Io: «Torno in centro». Lui: «L’accompagno, anche se mia moglie guida meglio di me. Si fida?». Mi fido.
 

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