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E Beppe Marotta andò alla guerra

E Beppe Marotta andò alla guerra
© ANSA

Beppe Marotta io lo capisco. Fino a ieri mattina ha tentato di convincere la lega ad anticipare Napoli-Inter, spostando Juve-Milan: sperava di guadagnare un giorno, non una vita, visto che la sua squadra ha un fittissimo calendario iniziale, decisamente più impegnativo di quelli delle altre semifinaliste di coppa Italia. Purtroppo per lui, ha trovato l’opposizione di tre su quattro. Nei mesi del lockdown l’amministratore delegato interista, che si definisce “democristiano andreottiano”, ovvero uomo del dialogo, della mediazione e di compromessi non proprio storici ma ugualmente segnalabili, è stato il più attivo dispensatore di obiezioni e riserve sulla ripartenza «per ridurre i rischi per la salute dei calciatori» (dice). Per i presidenti di federcalcio e lega ha rappresentato una delle tre o quattro fastidiosissime spine nel fianco che con sforzi indicibili sono però riusciti a estirpare, anche se non del tutto: la puntina è sempre conficcata.

Il vero problema di Marotta è anche la soluzione, Antonio Conte, uno degli allenatori più importanti e logoranti (accezione positiva) del mondo. Il Mourinho italiano, ma meno spiritoso e comunicativo. A Conte Marotta ha affidato i destini dell’Inter e del suo fegato investendo una settantina di milioni lordi in tre anni, più quel che restava del contratto di Spalletti, altri 25. E fanno centocinque. Gli ha garantito da subito il massimo sostegno, indossando l’elmetto, e da Icardi in avanti si è battuto come un leone mettendo in secondo piano alcuni suoi princìpi-guida.

Per il bene dell’azienda il bravo ad tutto fa e a qualcosa rinuncia: e poi quando decidi di puntare su Antonio Conte sai già che porti a casa l’intero pacchetto, uno spirito vincente che per ottenere il massimo pretende da dirigenti, collaboratori e giocatori un’abnegazione assai prossima alla subordinazione (l’atto di abnegazione, secondo Eric Hoffer, sembra conferirci il diritto di essere duri e spietati verso gli altri). Non a caso dopo tre scudetti di fila salutò - o fu costretto a salutare - la Juve che riaffermava la prevalenza della società sul professionista. E al Chelsea andò in rottura con Marina Granovskaja che non lo seguiva su mercato e gestione della squadra come invece lui avrebbe voluto.

Sembra che Conte non gradisse (eufemismo) la ripresa dei giochi per questioni tecniche, atletiche e di programmi, e Marotta non l’ha certamente agevolata. Oltretutto potendo proteggersi con lo scudo della tutela della salute consegnatogli dal presidente Zhang prima della partenza per la Cina via Londra. Non è giusto mettere lingua negli affari degli altri: quando gli altri sono personaggi pubblici è però naturale tentare di comprenderne le intenzioni, le mosse, le motivazioni.

A Marotta vogliamo un gran bene. Se ne voglia un po’ anche lui. Non è passato molto tempo da quando ha lasciato la Juventus, tutti lo ricordano non solo potente ma autorevole. Sfrutti fino in fondo le sue qualità dando a Conte quello che gli serve, come ha fatto a Torino, senza pericolose genuflessioni. Gli interisti non s’aspettano altro che di vederlo agire con vigore. Ha fatto fuori Maurito e Wanda, ma quelli si tagliavano con un grissino.

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