Pasquale Bruno: "E questi sarebbero campioni?"

Domani compie sessant’anni. Lo chiamavano “O Animale” perché in campo picchiava duro. Non ha mai smesso. «Vlahovic, Chiesa, Dybala, Zaniolo e Lukaku mi fanno ridere. I fenomeni, quelli veri, li ho conosciuti io, i difensori poi... Ho un sogno»
Pasquale Bruno: "E questi sarebbero campioni?"
9 min
Ivan Zazzaroni

«Vlahovic, Chiesa, Dybala, Zaniolo, Lukaku? E questi sarebbero campioni? Non fatemi ridere. E perché non parliamo dei difensori di oggi? Sogno di vedere Bonucci costretto a marcare in campo aperto Maradona o Van Basten, Careca o Aguilera. I veri fenomeni erano quelli di un tempo, di un calcio in cui la serie A dominava il mercato: Vierchowod, Gentile, Francini, Ferrara, Annoni, anche Villa». Sulle prime ho pensato: “Pas” deve aver fuso le bronzine: sta preparando la sua decima Sellaronda Hero, avrà i muscoli in pappa e il cervello in lockdown. Poi, conoscendolo bene, mi sono reso conto che avrebbe detto le stesse cose anche se fosse appena riemerso da una seduta di massaggi ayurvedici. O Animale compie sessant’anni domani. «Quattro gambe buono, due gambe cattivo» secondo George Orwell che morì dodici anni prima della nascita di Pasquale Bruno e non poté quindi trovare su un campo di calcio altri riscontri al suo assunto. «La mountain bike è un mezzo più simile a me, al mio carattere» mi confessava ieri l’ex guerriero del Comunale tra un tornante e l’altro «nella bici da strada non mi riconosco. Salite, discese, salti, difficoltà, fango, sono io. Sellaronda Hero è lunga 86 chilometri, duemila metri di dislivello, pendenza massima dell’11 per cento. Altro che Cannavaro che passeggia su strada. Impiego una decina di ore. Quando ero più allenato, otto. I più forti la chiudono in quattro e mezza. Per arrivare fin qui undici ore di pulmino ci siamo fatti, partendo da Lecce».

Il migliore di tutti noi, Adalberto Bortolotti, ti definì così: «Bruno non è un violento, ma un esibizionista della violenza».

«Non ero un attore, non recitavo. Tutto istinto e radici e il sangue che mi ribolle nelle vene. Ancora oggi riesco a litigare con chi arriva da dietro urlando “pista! pista!”. Non gli lascio il passaggio e lo prendo a maleparole. “Va’ alle Olimpiadi, coglione!, se mi stai dietro vuol dire che sei scarso”. Soccombo solo a casa, tutte sconfitte».

Un classico.

«Con cinque femmine non conto un cazzo, mi arrendo anche alle due nipotine, Sara e Sofia, le figlie di Chevanton. Marcella, mia moglie, mi sopporta dall’84. Quanti anni sono?».

Trentotto. Forte in aritmetica, eh?

«Lei ha sempre odiato il calcio, come le nostre figlie. Un giorno una di loro, Sandra, o forse fu Marta, mi chiese a cosa servisse la bandierina. Risposi che le avevano messe per segnalare l’atterraggio di un aereo. Marcella è venuta allo stadio una volta sola, contro la Lazio. Espulso. Non ne ha più voluto sapere».

Sei ancora il recordman dei cartellini rossi, il Nobby Stiles o il Vinnie Jones de noantri.

«Montero ne ha presi di più. Ho stabilito il primato dei gialli e delle giornate di squalifica. Un campionato e mezzo ho saltato. Otto domeniche soltanto dopo quel derby famoso».

E hai chiuso bottega a trentacinque anni.

«In Scozia, mi fermai per permettere a Marta di non perdere un anno di scuola, ma avrei proseguito volentieri. In seguito, con il Wigan, una sola presenza. Amo l’Inghilterra, il calcio inglese, la Scozia, quella gente».

Al punto che collabori come intermediario con alcuni professionisti del Regno.

«Più che altro sono amici. Jason Ferguson, il figlio di Sir Alex, Peter Reid, Sam Allardyce, Harry Redknapp».

Complimenti, una bella compagnia di marpioni.

(Ride). «Jason è un caro amico, ci conosciamo da una vita. Nel calcio scozzese ritrovai la libertà, nessuna sceneggiata, zero falsità e ipocrisie, tutto dentro i 90 minuti. Finita la partita, finito tutto».

Una volta ammettesti di non avere amici neppure tra i compagni di squadra.

«Non frequentavo nessuno. Al massimo qualche bevuta con Ian Rush. Chiusa la stagione, me ne tornavo nel mio Salento, arrivederci e grazie a tutti. Salento, altro che Formentera e la Sardegna».

Sospetto che tu abbia avuto un’infanzia difficile, caro Pasquale.

«Stai scherzando? Bellissima. La strada, il pallone, ore a giocare, gli amici, il sole. Ero il figlio del sarto, mia madre casalinga. Spesso consegnavo ai clienti gli abiti confezionati da papà. Anche mio suocero era sarto, a Lequile, un paese a meno di 8 chilometri da San Donato di Lecce. I due si conoscevano. Mio padre, quando seppe con chi mi vedevo, mi raccomandò di non fare cazzate. “Marcella è la figlia di un amico, stai molto attento”. Un soggetto, duro, schiena dritta. “Mesciu Pino”, il signor Pino lo conoscono tutti, è una leggenda del calcio giovanile salentino, juventino sfegatato. Tradì la Juve solo per la squadra nella quale giocavo io, ma quando lasciai il calcio tornò all’antico amore. Oggi ha 87 anni e sta in grazia di Dio».

Il tuo rapporto con la Juve è pessimo: non le risparmi nulla.

«Tre anni ci ho giocato. Una settantina di partite. Ho conosciuto la Juve vera, l’avvocato Agnelli, Boniperti. Dopo aver vinto la coppa con Zoff in panchina, mi presentai da Boniperti e gli chiesi di restare. Mi spiegò che stava per lasciare la presidenza a Chiusano e il comando a Montezemolo e che sarebbe arrivato Maifredi. “Mi spiace, ma tu e Rui Barros non rientrate nei piani dell’allenatore, dovete andare via - fu chiaro -, prometto che ti mando a giocare dove vuoi”. Lo pregai di farmici pensare e quando lo rividi dissi che mi sarebbe piaciuto il Toro, Torino era tutta granata, gli amici mi parlavano solo del Toro. Uno, due, tre e presi la malattia».

E lui?

«“Perché proprio da quelli?”. Però fu di parola».

Da quel momento, sei diventato un ultrà granata.

«Ho respirato profondamente l’anti-juventinità. Un sentimento forte che a Firenze si è accentuato. I fiorentini odiano la Juve più dei torinisti. Ricordo che nell’anno di Maifredi l’Avvocato veniva a vedere il Toro di Mondonico, una domenica Franco Costa della Rai gli chiese il motivo del tradimento. E lui: “Mi diverte”».

Tu e Baggio non vi amavate.

«Vero, ma Robi è stato il più grande calciatore italiano di tutti i tempi... Juve-Fiorentina 1-2 al Comunale, gol di Baggio e Di Chiara, entrai in scivolata, mi mandò sulla pista e segnò a Tacconi».

Gli sferrasti un pugno.

«Espulsi tutti e due. A fine partita venne verso il nostro spogliatoio accompagnato da due massaggiatori. Me ne disse di tutti i colori. Pensai, meglio che me lo tolgano di torno sennò lo uccido».

Muscolare e eccessivo, sempre.

«Mi chiedono spesso di contare quante partite avrei giocato con le nuove regole».

La risposta?

«Gli arbitri neanche mi ammonirebbero con gli attaccanti attuali, scarsi come sono. Non gliene darei motivo. Avrei bisogno di anticipare Belotti o Immobile quando ogni stop di Belotti finisce a tre metri? Non sto scherzando. Prima facevo fallo perché era impossibile anticipare Van Basten, Careca, Pato Aguilera, Ruben Sosa, e Maradona manco lo cito. Con la qualità che hanno adesso, figurati... Il calcio di oggi evito di guardarlo, una sofferenza, una tristezza, una noia. Anche la Nazionale l’ho vista poco e quel poco a strappi».

«È vero, ho commesso un fallo volontario, in più avevo in tasca una pistola, una lupara e la magnum...».

«Devo averlo detto dopo un Torino-Brescia di trent’anni fa. Pensa se quelle parole le avessi pronunciate oggi».

Dovresti farci un pensierino tu.

«Eppure c’era più umanità, allora. E più verità. La paura mangia l’anima e io paura non ne avevo e non ne ho».

Sei sempre stato un provocatore.

«Dimostri di non avermi ancora capito, bro. Io la libertà me la prendevo con i piedi e proseguo con la lingua. Dici che sono peggio di chi si nasconde dietro le buone maniere, l’ipocrisia e le sceneggiate? Io sono sempre vero, autentico».

Vogliamo ricordare il dito medio ai 100mila del Bernabeu?

«Ma scusa, 31 marzo ‘92, semifinale di coppa Uefa col Real Madrid, arriviamo allo stadio e i tifosi ci prendono a sassate, i vetri del pullman infranti, Giorgio Paretti, il preparatore, sanguinante. Lasciamo i borsoni nello spogliatoio e penso alé, ci siamo. Quando ci presentiamo sul campo prima della partita e vedo il Bernabeu pieno, mostro il medio al pubblico. Hierro, che era una bestia, Michel, Butragueño e Chendo se ne accorgono, scoppia la rissa. Rientro nello spogliatoio e Mondonico: “cosa è successo?”. Niente mister. Butragueño non tocca palla e noi andiamo in finale».

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