
Diarra, Bosman e Martinelli: piccoli casi grandi rivoluzioni
Leggi il commento sui casi che hanno cambiato la storia del calcio
A volte, per diventare fiamma, la storia sceglie cerini che, in rapporto agli incendi scatenati, se non proprio pensare, fanno sorridere. Forse che Troia non cadde per un «cavallo»? E, secondo la leggenda (smentita, ma «troppo bella» per non essere adottata), furono dei comunissimi fornai, e non già degli infallibili strateghi, a scongiurare la presa di Vienna nel 1683. Mentre albeggiava, insospettiti da strani rumori che giungevano dal piancito, diedero l’allarme. Erano i soldati turchi che, impossibilitati a occupare la capitale da «sopra», scavavano gallerie per prenderla da «sotto». Il piano svanì. L’imperatore, commosso, invitò i suoi zelanti sudditi a «coniare» un dolce celebrativo. Ecco perché il cornetto ha la forma della mezzaluna ottomana.
È di venerdì scorso la notizia che coinvolge Lassana Diarra, francese, 39 anni, né vetrina né cantina. Chelsea, Arsenal, Real, Marsiglia, Paris Saint-Germain, Nazionale. Una carriera da mediano. Di stanza a Mosca, per la Lokomotiv, a un certo punto decise di stracciare il contratto e togliere il disturbo. «A gratis». La società si oppose e lo citò in tribunale, sino all’appello dell’ammutinato, nel 2015. E sino, in particolare, alla sentenza della Corte di Giustizia europea del 4 ottobre 2024: cara Fifa, smettila di rompere.
Per tacere di Jean-Marc Bosman. Centrocampista belga, orfani di vibrazioni emotive gli abbinammo il titolo di «oscuro». A differenza di Diarra, era a fine contratto e intendeva sbarcare da Liegi a Dunkerque. I suoi ex datori di lavoro esigevano un indennizzo. Bosman si rivolse al sinedrio dell’Unione. E il 15 dicembre 1995 trionfò. Il calcio imbizzarrì: liberi tutti, mercato open, procuratori padroni e bye bye alle mance pro club.
Negli armadi d’Italia si agita ancora il fantasma di Luigi Martinelli, classe 1970, di mestiere difensore. Giocava nel Siena, in serie B: il 12 aprile 2003 venne schierato contro il Catania. Risultato: 1-1. Presidente del Catania era Luciano Gaucci. Scoprì, o lo aiutarono a scoprire, che il Martinelli, squalificato, aveva, sì, «marinato» la partita con il Napoli, salvo scendere in campo nel campionato Primavera. Apriti cielo. Il club etneo, retrocesso, pretese la vittoria a tavolino. La ottenne ma poi gliela tolsero. Gaucci, furibondo, andò al Tar. Il «Tar west». E vinse, tra le «perentorie» piroette di Franco Carraro, sommo duce della Figc. Morale: dall’ambiguità piccola di Martinelli, e dalla bulimia canaglia di Gaucci, la cadetteria balzò da 20 a 24 squadre (oggi, 20) e la serie A da 18 a 20 (battesimo, la stagione 2004-2005). E non è che Antonin Panenka, ceco ai tempi in cui Cecoslovacchia e Slovacchia vivevano da separate in casa, fosse un genio. Eppure. Belgrado, 20 giugno ‘76, gran finale dell’Europeo con la Germania Ovest: 2-2, supplementari, penalty. Risolse lui, mezzala di Praga, ramo Bohemians. Con quel pallonetto centrale, a cucchiaio, stordì Sepp Maier e spiazzò i «balisticamente corretti». Come Bruce Quande nel salto in alto: liceale quindicenne del Montana, inventò il Fosbury prima di Dick Fosbury. Nessuno sfratto: solo memoria.
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