
L’ultima piroetta della casta
Sul ruolo del portiere aleggiano avvoltoi e gufi. Nomi in codice, Ifab (acronimo di International Football Association Board), Gianni Infantino e Pierluigi Collina. Assomiglia, la «sentinella» cantata da Umberto Saba, all’atollo di Bikini: un’isola nella quale fare esperimenti. Per vedere, alla Enzo Jannacci, «l’effetto che fa»: non necessariamente «di nascosto».
La storia degli «otto secondi o calcio d’angolo», in vigore da luglio, altro non è che l’ultima piroetta di una casta che spesso perde la memoria. Se la caccia ai ladri di tempo è lodevole, sarebbe bastato - nel caso specifico - applicare una regola vecchia come il cucco, quella «dei sei secondi o calcio di punizione indiretto». Dispositivo che abbiamo abbandonato in un parcheggio elusivo, o comunque periferico.
Il fatto che il prossimo Mondiale a 48 squadre, record dei record, coinvolgerà Canada, Messico e, soprattutto, Stati Uniti, non può non suggerire maliziose coincidenze. Manca poco più di un anno e da Zurigo hanno deciso di decorare l’intervallo della finale con uno show tipo Super Bowl, a costo di allungarne i confini cronologici; così come, alla vigilia dell’edizione Usa del 1994, si farneticò di promuovere i time-out e, pur di moltiplicare le vendemmie, gli assistenti vennero caldamente invitati - nel dubbio del fuorigioco - a non sbandierare.
Ripeto: perché inventarsi un nuovo «dazio»? In teoria, resiste e persiste addirittura l’ammonizione. L’aspetto buffo è che, più si cerca di velocizzare le operazioni, più la «costruzione dal basso» insidia la «distruzione dall’alto». Era il 1992, quando la Fifa impose il limite ai retro-passaggi, questa sì una mossa e una scossa in linea con le esigenze, figlia di un Sepp Blatter non ancora presidente ma già braccio destro di Joao Havelange e suo massimo referente.
Sul filo del paradosso, sono sempre più frequenti le partite in cui è il portiere, proprio lui, a toccare un numero di palloni «da centravanti» o sedicente tale, trascinato com’è in una fitta, metodica e flemmatica ragnatela di appoggi, nel tentativo di stanare gli avversari e falciarne le distanze tra i reparti. Si tratta di un «torello» che può piacere o non piacere ma continua a dividere il progresso dalla tradizione, ignorando che, a volte, «Il futuro non è un posto migliore, ma solo un posto diverso» (da «Strade blu» di William Least Heat-Moon).
In Juventus-Atalanta di domenica, il tremendismo mobile e «basso» del Gasp ha trasformato Michele Di Gregorio nel regista occulto e monotono di Thiago. L’unico a piede libero nel carcere della Dea. Morale: 0-4. Per decenni il laboratorio è stato immobile, chiuso, tronfio. D’improvviso l’Ifab ancheggia a ogni sfilata, strati e strati di silicone per gonfiare il petto e accentuare l’appeal.
I rigori «yankee» (con il tiratore che può avanzare e il portiere venirgli incontro) si agitano ambigui. E’ sull’etica che bisognerebbe intervenire, non sulle etichette. «Prima o poi tutti hanno il loro quarto d’ora di notorietà», commentava Andy Warhol. C’è chi si accontenta di molto meno.
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