Cortesi: Io che volevo giocare alla Gullit e Van Basten

Difensore come lo zio Erba, ex del Torino di Pulici e Graziani, ha vinto tutto con la Torres. Ora insegue i play out col Como e domani contro il Brescia sarà arbitro dello scudetto. "Sono juventina, ma quando cominciavo i più forti erano i milanisti. Quest'anno con il calcio smetto: è la mia vita, ma voglio altro"
Cortesi: Io che volevo giocare alla Gullit e Van Basten
5 min
Valeria Ancione

La vita bussa piano. A volte insiste, a volte si arrende, a volte aspetta. A trent’anni sta bussando alle spalle di Martina Cortesi, chiede permesso e offre altro. Un altro modo di essere oltre il calcio. Altro. Sono due anni almeno che un’altra vita bussa alle sue spalle e lei un po’ si scansa un po’ sbircia l’oltre e resta ferma. «Quest’anno però è l’ultimo anno di calcio. Smetto. Voglio altro». Domani intanto c’è il Brescia e di fine si parlerà più avanti. Il Como di Martina Cortesi cerca punti per i play out, il Brescia cerca punti per lo scudetto. In questo rush finale niente è scontato. «Sarà una partita molto psicologica. Sulla carta sono al di sopra di ogni nostra possibilità. Però noi non abbiamo niente da perdere mentre loro potrebbero innervosirsi se le cose non si mettono subito sul binario giusto. Certo dovremo fare la partita perfetta in difesa, ci toccano gli straordinari». Martina, dalle undici alle 16,30, lavora in un ristorante di suoi amici. «E’ la dura realtà, se non lavori non giochi a pallone. Sono poche quelle che riescono a vivere di solo calcio. A Sassari però anche per me era così. Il mio mestiere era fare la calciatrice. E che bello era... Poi sono subentrati i problemi economici e non si è più potuto andare avanti».

E’ una girovaga: le sue origini sono di Treviglio, un grosso paese in provincia di Bergamo dove in realtà è cresciuta. Poi tanti anni a Sassari, quindi Como e ora vive in Brianza, a giusta distanza tra lavoro e passione. Il calcio entra nelle vene, come un virus incurabile. Dopo mamma e papà, palla è la terza parola che un bambino impara a dire. Vale anche per le bambine però, che a tre anni sembrano avere le idee molto chiare, come Martina. «Il calcio era nel sangue evidentemente, più che per colpa di mio fratello maggiore, per via di mio zio, Giuseppe Erba, che è stato nel Torino di Paolino Pulici e Ciccio Graziani. Io già a tre anni volevo giocare a pallone. Mamma pensava che fossi matta e mi diceva sempre “sì sì”. Ho rotto talmente tanto le scatole che a nove anni non ne poteva più e mi ha portato a giocare in una squadra di maschi allenata da mio cugino».Forse la madre pensava che si sarebbe scoraggiata. Macché. Martina sognava di giocare alla Gullit e Van Basten, nonostante sia di fede juventina. «In quegli anni, i più forti erano loro. E poi sì sono tifosa, ma il giusto. Un po’ atipica: mi piace giocare, ma non tanto guardare». A dodici anni è passata al Fiamma Monza, ancora intorno a casa; ma a vent’anni Martina Cortesi ha messo le ali per andare di là dal mare, sull’isola: dopo otto anni di Monza, altri otto anni in Sardegna. «A Sassari con la Torres ho vinto e viaggiato tanto, ci siamo tolte molte soddisfazioni».

Nasce centrocampista, ma dice che fare il difensore sia stata la sua fortuna. Difensore come lo zio Erba, d’altra parte. E i gol li fa anche. «Questo è stato un anno prolifico, ne ho già fatti tre. E’ un effetto strano, nessuno se lo aspetta». Il calcio dà e un po’ toglie. «Mi sono persa tante cose. Una fra tutte, i primi anni di vita di mia nipote. E poi stare lontani dalla famiglia non è semplice. I miei genitori mi hanno sempre sostenuto. Però ricordo ancora i pianti di mamma quando sono andata via. Il mare ci divideva ma li ho sempre sentiti vicini».A Sassari condivideva la casa con 3-4 compagne. Ora vive per fatti suoi: è ordinata, non sa cucinare e si definisce maniaca delle lavatrici. «Ne faccio anche due al giorno, però le cose poi le stiro addosso». Vivrebbe in campeggio e il viaggio che sogna è il cammino di Santiago di Compostela. «Anche se non tutto in una volta lo completerò. Quest’anno non mi sono organizzata, ma se smetto di giocare lo faccio».Patisce il freddo e ama il mare, la montagna così così. «Il bello di Sassari era che da maggio in poi, dopo l’allenamento del pomeriggio andavamo in spiaggia».

Detesta la sua perfezione e l’incapacità di lasciare una cosa fuori posto. «Invece ogni tanto bisognerebbe lasciarsi andare. Però sono una persona tranquilla, mi faccio scorrere le cose addosso. Non sono né litigiosa né rancorosa, il mio motto è vivi e lascia vivere».Le piace leggere, soprattutto i classici, da Pirandello a Calvino, e ha una Anna Karenina in panchina che aspetta il suo turno. Ama il cinema, soprattutto quello di Woody Allen, ma vede pure thriller e commedie italiane. La sua colonna sonora è Lucio Dalla; e poi ci sono Mina, Battisti e tutti i cantanti a cui è affezionata la madre, che ama cantare. Ma siamo sicuri che Martina sia del 1984? Ride. Effettivamente... «Sì sono una zingara fuori tempo, volevo vivere ai tempi di Woodstock e sono pronta a smettere col calcio che è la mia vita. Ma ora a trent’anni voglio godermi altre cose, occuparmi più di me, avere più tempo. Sono fidanzata, convivo e non ci incotriamo mai per via del calcio e del lavoro. E niente maternità, non penso a quello adesso. Mi piacerebbe avere un’attività mia, anche un ristorante. Vedremo. Mi dedicherò alla fotografia, ho ricevuto una macchina che ho sempre desiderato, la polaroid, bellissima. Insomma, finisco sì ma ricomincio».


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