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Calciopoli, 10 anni dopo. Massimo De Santis: «Ho pagato soltanto io»

Calciopoli, 10 anni dopo. Massimo De Santis: «Ho pagato soltanto io»

L'ex arbitro: «Dovevo andare ai Mondiali, quando i Carabinieri arrivarono a Coverciano capii che era finita. Ma...»

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 Edmondo Pinna

sabato 9 aprile 2016 09:21

ROMA - «La mia carriera di arbitro è finita venerdì 12 maggio 2006». Prima ancora della valanga che travolse, dieci anni fa, i vertici del calcio italiano. Prima ancora che i processi, sportivi e penali, trovassero la loro conclusione. Il 12 maggio 2006, fino a quando i Carabinieri non sono arrivati a Coverciano per consegnare i primi avvisi di garanzia agli arbitri, Massimo De Santis era il nostro direttore di gara numero uno in Italia, fra i primi in Europa. All’Uefa poteva contare sulla stima di Volker Roth, ex direttore di gara tedesco dei primi Anni Ottanta, che dal 2001 al 2007 è stato coordinatore della Commissione arbitrale di Nyon (quello che è Collina oggi, per capirci). Aveva diretto uno degli spareggi europei per Germania 2006, l’andata di Spagna-Slovacchia 5-1, era sicuro di andare al Mondiale, il primo (e sarebbe stato anche l’ultimo, visto che aveva 44 anni) della sua carriera. Cominciò invece un altro capitolo della sua vita. Che coinvolse tutta l’Italia.

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Primi giorni di maggio, prime indiscrezioni, prime trascrizioni delle intercettazioni dello scandalo passato alla storia come Calciopoli. Lei, quei giorni, cosa faceva, immaginava potesse essere coinvolto? 
«Torno a casa da Juve-Palermo (7 maggio, ndr), avevano mandato me perché già avevamo letto i dialoghi fra Moggi e uno dei nostri ex designatori, Pairetto. Il giovedì precedente, a Coverciano, si era posto il problema, io ero quello che doveva andare ai Mondiali, per questo l’allora disegnatore, Mattei, scelse me. Davanti la tv, alla Domenica sportiva, cominciarono i primi dibattiti, pensavo però fosse più una cosa mediatica. E non avrei immaginato di vedere i Carabinieri a Coverciano. Ci radunarono tutti in aula magna, quella dove si facevano i sorteggi, e ci chiamarono, a uno a uno, per consegnarci l’avviso di garanzia. Lavorando a contatto con i magistrati al Ministero di Grazia e Giustizia come commissario di polizia penitenziaria, capii subito che non c’era sostanza in quella storia. Avevo visto gli arbitri, soprattutto i più giovani, disorientati, anche quelli che non erano coinvolti. Non si sapevano i confini. Io, invece, non avevo paura, ero solo arrabbiato, molto. Quale arbitro che aveva preso un avviso di garanzia sarebbe andato al Mondiale? Avevo capito che avevo finito».

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Un salto in avanti, dieci anni dopo. Cosa ha insegnato Calciopoli?
«Nulla. Perché il calcio aveva allora e conserva oggi dei lati oscuri. Ma non c’entrano arbitri e partite, anche se ad ogni errore di un arbitro, ancora adesso, si teorizzano chissà quali manovre. Il vero problema è nei conti, nelle questioni economiche, nelle plusvalenze che stanno rovinando tutto. La nostra serie A, paragonata a quella del pre-Calciopoli, è poca cosa. Anche da un punto di vista arbitrale. Prima, per collezionare 100 gare in serie A, dovevi sudare sei, sette, otto anni. Adesso, in quattro anni sei a posto: anche se sbagli, la domenica dopo arbitri».

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E a lei cosa ha lasciato Calciopoli? 
«Un’esperienza. Le accuse che ci rivolsero non erano di grande conto, ma penso a chi viene accusato di droga, omicidi, ed invece non c’entra nulla. E poi tanti volti e persone amiche, come il mio compagno di viaggio, l’avvocato Paolo Gallinelli, sempre al mio fianco».

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