Psg-Juve, eccesso di bellezza altrui

5. Paris Saint-Germain, 112.000 punti© EPA
4 min
Alessandro Barbano

Metti tre mostri davanti, due palleggiatori in mezzo e cinque sincronizzati difensori in linea, con i due esterni ficcanti quanto serve per trasformare un 5-2-3 in un 3-4-3: avrai un sublime torello, tanto sublime da rasentare il narcisismo, e da illuderti di poter relegare gli juventini nel ruolo di inermi specchi del proprio piacere di esibirsi e vedersi. È l’errore commesso dal PSG, una squadra abituata a giocare senza avversari credibili nel proprio campionato e a ignorare gli avversari veri in Champions. Così la modesta compagnia di Allegri, falcidiata dagli infortuni, può riaprire i giochi grazie a una papera di Donnarumma. Ribaltare il risultato sarebbe un’impresa infedele rispetto al divario tra le due squadre in campo, appartenenti a categorie diverse di uno stesso sport. E tuttavia la cura del nuovo tecnico Galtier non guarisce questa compagnia di campioni dal vizio di perdersi nel compiacimento della propria bellezza. Tra le sei nette occasioni che Mbappé, Neymar, Messi e compagni sciupano nei novanta minuti, dopo essere andati due volte a segno, ci sta perfino l’illusione di una rimonta bianconera.

L’eccesso di bellezza è insieme croce e delizia della squadra più dotata d’Europa. La dinamica della doppietta del fuoriclasse francese va oltre i naturali canoni dell’estetica del calcio: il piede di Neymar sembra un pennello ispirato che disegni sulla tela del campo una stupefacente parabola, la zampata di Mbappé è lo schiaffo che svela alla Juve il sortilegio in cui è caduta. Nel secondo gol è la velocità la sostanza dell’estetica: lo scambio tra Hakimi e il centravanti francese è tanto fulmineo da non sembrare umano. Ancor meno è la conclusione di quest’ultimo di collo destro su palla che viene da destra, e che viene indirizzata con mira perfetta sul secondo palo. 
Le parole di Allegri alla vigilia della gara ci dicono che la Juve era preparata al sacrificio, e può perfino consolarsi con una sconfitta contenuta. Ma sul piano del gioco le evidenze sono meno incoraggianti. Non solo per il modo impacciato con cui il centrocampo bianconero si fa irretire e poi ubriacare dal palleggio dei francesi, ma per la mancanza di fantasia e originalità dalla tre quarti in avanti, dove la generosità di Vlahovic mostra tutta intera la sua ancora acerba esperienza, al cospetto con i ritmi, le chiusure e le furbizie del calcio internazionale. E se pure l’arrivo di Paredes dona al centrocampo bianconero un pizzico del metodo e del raziocinio da tempo inseguito dal tecnico toscano, sulle fasce Cuadrado e Danilo non sembrano i cursori d’un tempo, capaci di affondare, dettare e concludere. La rinuncia a spingere sugli esterni condanna la Juve a subire oltre il dovuto il palleggio dei campioni francesi. È qui che si sente tutta intera la nostalgia del piccolo argentino, esiliato e riparato nella città eterna con tutto il suo prezioso carico di creatività. Ma, come saggiamente dice Allegri, i rimpianti sono benzina sulle ferite del calcio. C’è molto da fare. La sua Juve deve lentamente ricostruire un’identità collettiva che ancora non si vede.  

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