Napoli, Juve, Milan e Roma: senza pass non si programma, il mercato è al palo
Sviluppo o sopravvivenza? Che cos'è la Champions League per il calcio italiano? Vale la pena chiederselo. È una terapia che porta alla guarigione e a poter progettare un futuro migliore? Oppure un palliativo per una malattia ormai cronica? L’impressione è che per le nostre squadre somigli sempre più al reddito di cittadinanza. Una misura però limitata a pochi eletti. Quella cui assistiamo da anni nelle ultime giornate di campionato è una guerra tra poveri con l'obiettivo di accaparrarsi il biglietto di terza classe sul transatlantico del calcio europeo. Sempre poveri restano e restiamo, anche i fruitori del reddito di cittadinanza. Ma per qualche mese quattro squadre possono scattarsi le foto al tavolo con gli altri, con quei club che viaggiano in prima o in seconda classe. Che programmano. Che redigono business plan. Che investono sui giovani del vivaio. E lavorano a un futuro competitivo.
Calcio italiano, battaglia per la conquista della Champions
La conquista della Champions per il calcio italiano è una battaglia triste, dal retrogusto amaro. Un discorso da cui al momento va esonerata l'Inter che negli ultimi quattro anni ha giocato due finali. Senza dimenticare, però, che l’Inter quest’anno ha goduto di un reddito di cittadinanza extra: la partecipazione al Mondiale per Club. Stavolta in Champions è andata male persino a loro. Buttati fuori dal Bodø/Glimt negli spareggi per conquistare gli ottavi. Sempre meglio del Napoli che agli spareggi non è nemmeno arrivato. È finito trentesimo su trentasei nel girone, incapace di vincere a Copenaghen (non a Madrid) con un uomo in più e un gol di vantaggio. Anche la Juve si è fermata agli spareggi, sconfitta dai turchi del Galatasaray. Almeno l’Atalanta agli ottavi ci è arrivata e lì è stata presa a pallate dal Bayern. Scene mortificanti. Le italiane in Champions ricordano lo stato del tennis italiano prima della svolta. Agli ottavi di finale dei Grandi Slam, di tennisti azzurri in tabellone non c’era nemmeno l’ombra.
Champions League, italiane a caccia dell'assegno Uefa
Tra le pretendenti al torneo e quindi all’assegno Uefa (50-70 milioni), la situazione è comune a tutti. Non si intravvede un progetto. Il Napoli deve conquistare la Champions per non dover esporre il cartello “ridimensionamento”. E persino con i soldi Uefa un po’ di dieta il club dovrà farla. Senza Champions, sul Milan si addenserebbero nuvoloni che non promettono nulla di buono. Idem per la Roma. Da questo quadro deprimente non è esente neanche il Como vincitore del premio della critica: la squadra che piace a tutti gli opinionisti e che però non ha nemmeno un giovane del vivaio, di italiani neanche a parlarne. L’unico progetto industriale riconoscibile del calcio italiano è stato ed è quello dell’Atalanta che non a caso ha vinto l’Europa League.
Serie A, la Villa Arzilla del football europeo: mancano le idee
È una questione economica, certo. Soprattutto di idee. Il calcio è una strana industria. Certamente in recessione ma con un bacino pressoché inesauribile di manodopera. I calciatori ci sono. Mancano le competenze per scovarli e valorizzarli. O crearli in casa. Le illuminazioni sono spot, non frutto di un sistema collaudato. Come ad esempio è stato il caso del Napoli che andò a prendere Kim e Kvaratskhelia a prezzo di saldo. E che manchino le idee è evidente anche dall’arrivo dei pensionati di lusso. La Serie A è diventata la Villa Arzilla del football europeo.
Il calcio italiano si è illuso portando a casa Modric e De Bruyne in età da pensione, una riedizione in salsa pallonara di Viale del tramonto. Non a caso per il futuro (sigh) qua e là rimbalza il nome di Lewandowski. Perché non si ha nemmeno il coraggio di educare la propria platea, i propri tifosi. Spiegare che gli anni Ottanta e Novanta sono il trapassato remoto e che le piccole e medie imprese possono primeggiare sul mercato solo se azzerano i costi e arrivano prima degli altri sul mercato con politiche imprenditoriali coraggiose e innovative. L’esatto contrario del l’assistenzialismo garantito dal reddito di cittadinanza.
