Stranieri, quando l'InterMancini li utilizzava

Leggi il commento sugli oriundi in Nazionale e sul passato in nerazzurro del ct
Stranieri, quando l'InterMancini li utilizzava© Getty Images
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Roberto Beccantini
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Non passa lo straniero, mormorava il Piave. Oggi, dal Tamigi al Tevere e dal Manzanarre al Reno è una parata continua, pomposa, invasiva. La sentenza Bosman del 15 dicembre 1995 liberò tutto e quasi tutti. Si chiuse l’epoca dei parametri Uefa da «saldare» a fine contratto. Cominciò la saga del mercato aperto, sempre. Gli agenti presero potere, le società lo persero, la società ne seguì, trepida, le rotte, gli ingorghi e i macelli. Un tappo di bottiglia che salta: il calcio ne uscì travolto e stravolto. Le popolazioni autoctone si trovarono a fronteggiare ondate massicce, transumanze inattese. 

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Porte aperte agli oriundi

Cambiava la storia, sì, ma non perché la stavamo cambiando noi. Nord e Sud, Occidente e Oriente, ricchi e poveri, la geo-politica delle «mappe a tavolino» venne colta di sorpresa e saccheggiata. Il meticciato ha scombussolato quel piccolo ordine antico che l’Italia custodiva gelosa fin dai tempi di Benito Mussolini, il duce che usò lo sport come adrenalina e, dopo aver bloccato le frontiere, le spalancò agli oriundi pur di prendersi i Mondiali del ‘34 e del ‘38
L’argomento dei «non nativi» accompagna le vigilie della Nazionale. Non c’è commissario tecnico che non lo impugni. L’Italia è, per tradizione, Paese che importa, a differenza di Brasile e Argentina, e, dunque, soggetta a trasbordi biblici che investono addirittura i vivai. In carica dal maggio del 2018, Roberto Mancini non ha perso l’occasione. Sono tanti, sono troppi e, quindi, non bisogna meravigliarsi, né lamentarsi, se il centravanti titolare contro Inghilterra e Malta era Mateo Retegui, argentino con bisnonno di Canicattì. Il richiamo della foresta c’entra sino a un certo punto: c’entra l’urgenza dell’attimo, che rende fragili e vulnerabili.  

I tempi nerazzurri

C’è un però, e non si tratta di una pagliuzza. Mancini è stato allenatore di club. Dell’Inter, per esempio. E in quei panni, gli stranieri non gli facevano schifo. Anzi. Il 24 ottobre 2015, un sabato sera, era in programma, allo stadio Barbera, Palermo-Inter. Il risultato di 1-1 - lampo di Ivan Perisic, zampata di Alberto Gilardino - scivolò in archivio senza sbuffi d’enfasi. È un altro il dettaglio che scosse i testimoni. La formazione schierata dal Mancio. Eccola: Handanovic, sloveno; Nagatomo, giapponese, Miranda, brasiliano, Murillo colombiano, Telles, brasiliano; Guarin, colombiano, Medel cileno, Kondogbia francese, Perisic croato; Jovetic, montenegrino, Icardi, argentino. Undici su undici. Morale del tormentone: da nerazzurro, evviva; da azzurro, abbasso. Scritto che Roberto crebbe e forgiò fior di giovani, tra i quali Mario Balotelli, resta il nodo del «gioco di ruolo». Capita a molti, non appena lasciano il «particulare» per la «res publica». Le esigenze e gli obiettivi si tamponano, esplodono i fioretti e i precetti a investire nel made in Italy. Peccato che l’oratore sia, nel novanta per cento dei casi, un «girotondista» seriale, uno cioè che, in base allo «status» e alle convenienze, alterna i principi delle posizioni alle posizioni di principio. Tergicristalli di periodica tentazione. 

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