Mourinho e Spalletti, il brutto che conta

Mourinho e Spalletti, il brutto che conta
Alessandro Barbano
TagsSerie ARomanapoli

Partita brutta, non rilevante per la classifica, eppure lo zero a zero tra Roma e Napoli vale oro per Mourinho e Spalletti. I giallorossi reagiscono agli schiaffi norvegesi con carattere, gli azzurri escono dall’Olimpico da leader del campionato. È la verifica che i due tecnici attendevano e che li soddisfa allo stesso modo, essendo entrambi consapevoli di non poter pretendere niente di più e niente di meno.

La Roma non poteva perdere, neanche contro una squadra più forte, qual è il Napoli. Questo imperativo è parso da subito scritto nella coscienza degli uomini di Mourinho. Che hanno fatto la gara più prudente che si potesse, con un 4-4-2 difensivo in cui Cristante e Veretout, ma anche lo stesso Pellegrini, hanno rinunciato a osare per raddoppiare la marcatura sul centrocampo azzurro. L’obiettivo era chiudere ogni geometria alle invenzioni di Insigne e alla regia verticale di Fabian Ruiz, realizzando poi un controllo asfissiante su Osimhen. Il piano ha funzionato, perché il Napoli nel primo tempo, pur dominando, ha stentato ad affondare in questa tela sapiente costruitagli addosso. Lo ha fatto meglio all’inizio della ripresa, quando ha cercato con più convinzione la vittoria, sfiorandola con un paio di azioni. Ma a quel punto si è allungato e ha lasciato alla Roma l’occasione per spostare il baricentro in avanti, giocando il finale nella tre-quarti azzurra.

Il professor Mourinho non avrebbe potuto desiderare di più da quella che lui stesso in conferenza stampa definisce, con un preziosismo lessicale, una rosa dicotomica, intendendo che la diversa qualità del materiale umano divide in due la Roma, e che la seconda parte lui la butterebbe, se potesse, nella pattumiera. Per intanto si contenta di lasciarla in tribuna, a mo’ di sprone, portandosi in panchina i ragazzetti della primavera. Così, con l’astuzia di un navigato massmediologo, parla contemporaneamente allo spogliatoio e ai Friedkin, anche loro in tribuna, da cui si aspetta che a gennaio mettano mano al portafoglio. Però intanto incassa la reazione coraggiosa di Ibañez e Viña, Mancini e Karsdorp, non proprio quella che si direbbe una difesa di grandi talenti, e sorride nel vedere quanto ardore e qualità sprigionino dallo Zaniolo risanato e quanto spirito di sacrificio dimostri un dolorante Abraham, cui pure si deve il più grossolano errore in zona gol della partita. Poi, certo, c’è Mkhitaryan che da tempo langue sulla tre-quarti, ma questa è la Roma, se vi pare, come pensa e dice il più pirandelliano degli allenatori in circolazione.

Quanto a Spalletti, ha anche lui molti motivi di soddisfazione. Ve lo ricordate il Napoli impiccato sull’ultimo miglio, quasi che non potesse mai scrollarsi di dosso l’immagine di una squadra creativa e fantasiosa ma fragile nello spirito? Era il Napoli di Gattuso, e prima ancora di Ancelotti e, in qualche modo, anche quello di Sarri. Ti faceva innamorare e poi ti tradiva sul più bello. La trasferta a Roma, contro una squadra orgogliosa che usciva dalla sconfitta con la Juve e dal tonfo di Bodo in Conference, era lo scoglio su cui un naufragio pure ci stava. Averlo sormontato con tanta autorevolezza dimostra che questa squadra è maturata nel carattere. Poi c’è sempre la vaghezza esistenziale di Zielinski, quel vorrei ma non posso che lo fa oscillare tra un top player e un mezzo giocatore, c’è la coperta corta in difesa che t’induce a pregare sulla salute di Mario Rui, ieri in giornata. Ma questa squadra s’intende con uno sguardo, e si soccorre vicendevolmente con una solidarietà sportiva che non è frutto di improvvisazione. E poi, quando pure si sbaglia, a rimediare ci pensa nove volte su dieci Koulibaly.

Il campionato è lungo, il Milan corre, l’Inter tiene, la Coppa d’Africa incombe come una minaccia sulle ambizioni degli azzurri. Però il Napoli sta nel posto giusto. In cima. E ha imparato come si fa a guardare umilmente tutti dall’alto...

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