© AC Milan via Getty Images Serie A, le percentuali del tempo effettivo fanno paura
ROMA -Siamo ormai assuefatti ai tempi morti del calcio. Eppure, gran parte dello spettacolo che ogni giorno ci tiene incollati alla tv tra campionato, coppe e nazionali, è fatto del pallone che finisce fuori dal campo, del portiere che ci pensa un po’ troppo prima di rinviare, delle lente passeggiate durante i cambi, delle attese per le decisioni del Var e delle proteste dei calciatori. In ogni turno di A ci sono dai 400 ai 480 minuti di non gioco: nelle prime 7 giornate, per 3.066 giri di lancette non è successo praticamente nulla di rilevante. La differenza tra il tempo dell’evento e il tempo effettivo di gioco è enorme. Senza neppure rendercene conto, abbiamo già perso 50 ore di calcio. E se è vero che tutto il mondo è Paese, le differenze tra un torneo e l’altro fanno comunque statistica: i 54’ di gioco reale in Italia e in Spagna sono meno dei 55’ della Bundesliga e dei 56’ di Ligue1 e Premier.
Il disamore dei giovani
La tendenza italiana è preoccupante: nell’arco di cinque campionati il tempo effettivo è diminuito dai 56 minuti e 55 secondi di media per gara nel 2020-21 ai 55 minuti e 17 secondi del 2023-24, fino a scendere a 54’ e 54’’ in questa prima parte di stagione. Si gioca di meno anche se, di fatto, le partite durano di più a causa dei recuperi extralarge: la durata di un match era di 95 minuti e 41 secondi un lustro fa, ora è di 98 minuti e 24. L’ultimo report dell’osservatorio Cies conferma come non vi sia correlazione tra la percentuale di tempo effettivo e il minutaggio totale delle partite. Questo dimostra come il livello di fluidità del gioco non venga preso in considerazione dagli arbitri, che nell’assegnare i minuti di supplemento sembrano per lo più concentrati sulle perdite di tempo più evidenti (sostituzioni, simulazioni e revisioni al Var). Chi interrompe il ritmo senza farlo platealmente, insomma, la passa liscia. Questo atteggiamento ai giovani piace sempre meno. «Abbiamo registrato un calo del 40% di audience nella fascia fra i 12 e i 34 anni» disse Agnelli, con preoccupazione, prima di avventurarsi sul sentiero della Superlega. Siamo nei tempi dell’immediatezza e delle sintesi, come confermano quei ragazzi che anziché restare a guardare una partita - che può durare anche due ore con tutte le sue pause - preferiscono gli aggiornamenti dai social e gli highlights. Secondo uno studio McKinsey/Nielsen, il 27% dei giovani fra i 16 e i 24 anni non ha alcun interesse per il calcio e solo il 49% dice di seguirlo perché tifa, mentre il 32% lo fa perché interessato a uno specifico calciatore.
Juve, Napoli e le altre
Nei primi due mesi di Serie A diverse partite hanno rotto il muro dei 100 minuti: sono state addirittura 5 su 10 nel primo, nel secondo e nel terzo turno, poi il numero dei match-fiume è sceso a 3 nel quarto (Como-Bologna, Genoa-Roma, Cagliari-Napoli), a 1 nel quinto (Venezia-Genoa), a zero nel sesto e a 1 nel settimo (Lazio-Empoli). In 12 partite su 70 il tempo effettivo non ha raggiunto neppure il 50% di quello reale. I 44’ di calcio di Empoli-Monza, i 46’ di Genoa-Inter e i 47’ di Verona-Venezia rappresentano i risultati peggiori, mentre nelle sfide della Juve si è giocato sempre oltre i 58’. Anche al Napoli piace stare in campo, al punto che la sfida tra gli azzurri e i bianconeri – considerata noiosa visto lo 0-0 finale – è stata quella con il tempo effettivo più alto: 64 minuti e 10 secondi impegno vero, con una inattività di “appena” 32 minuti. Ma perché il gioco si ferma? Il motivo principale è, banalmente, la palla che supera la linea. In media, sempre secondo il Cies, questa situazione rappresenta poco più di un quinto del tempo totale della partita. La seconda causa sono i falli, che riempiono il 14,8% del tempo. Nella media europea, per ogni fallo ci si ferma 30 secondi e 6 decimi. In Italia 32 secondi e 4.
