Non passa l’italiano
Ancora una settimana di favole che aspettano il lieto fine, ancora una settimana di teatrini e manfrine, di formule creative per un prestito, di esuberi, campioni, incognite, scommesse, bugie e poi non ci sarà più tempo. A mercato chiuso si vedrà, ma intanto, mentre si preparano le distinte, ci si può fare un’idea del contesto. Sta per cominciare una delle stagioni più importanti e decisive degli ultimi anni. La stagione del Como e della Roma in Champions, della Juve e del Milan in Euroleague, squadre che - in modo molto diverso - hanno speso.
Qualche segnale di vitalità e qualche brama di crescita - lo dimostrano gli investimenti - c’è. L’Inter, ad esempio. Dopo anni di parametri zero e ingressi ausiliari si è concessa il lusso di investire: ci voleva Mosé per far aprire all’ultimo non tanto le acque quanto i cordoni della borsa alla Quercia canadese. Disse il monaco vietnamita: «Una quercia è una quercia. Questo è tutto ciò che deve fare. Se una quercia è meno di una quercia, allora siamo tutti nei guai».
Dovrà essere soprattutto la stagione degli slogan ridicolizzati dai fatti e purtroppo il pronti-via non promette coerenza. Dopo tre eliminazioni consecutive dai Mondiali, i club hanno invocato per settimane il ritorno all’italiano, in funzione della Nazionale, per poi comprare altri stranieri. Il Toro, Abate ha dato un’impronta, l’eccezione.
C’è euforia a Firenze dove, non guardando troppo ai passaporti, Paratici ha ribaltato le rotte. La Fiorentina di Grosso si è concessa il lusso di una ricca ristrutturazione e adesso Fabio entra al Franchi accompagnato dai cori ad personam e dall’aura di stratega. Fabio il gobbo? Fabio lo juventino? Scurdammoce ‘o passato. Rimuovere, andare avanti, cambiare.
A Bologna è arrivato (anche) Dovbyk: se l’“effetto tortellino” funzionerà di nuovo - e Rowe non sarà ceduto - Tedesco potrà contare su una quantità di gol superiore a quella di Castro.
Registro Orsato designatore e ben tre candidati alla presidenza dell’Aia. Per fortuna, non mi tocca votare altrimenti ricorrerei alla scheda bianca.
In campo vedremo tanti giovani talenti, Mora e Moreira, Mastantuono e Alajbegovic, Valdepeñas e Amondarain, Romano e fors’anche Riccardo Cassano e scopriremo come se la caveranno Allegri col Napoli (che sia davvero l’ultimo anno di Aurelio?) e Amorim col Milan (senza direttore ma con il direttorio) rifatto da Gerry. Il girone di ritorno di Max resta imperdonabile, ma se poi escono dal progetto Leão e Fofana, Nkunku e Tomori, e Ricci, porsi qualche domanda è lecito.
Quesiti ormai quotidiani, tra il comico e il tragico, in casa Lotito che sembra aver perso il controllo di sé stesso: la Lazio non è più una squadra ma una provocazione, esprimo solidarietà a Gattuso che in carriera ha visto di tutto, ma di questo caos aveva una percezione sottovalutata. Chi c’era prima di lui, Sarri, è a Bergamo con Giuntoli. Percassi ci crede. Non sbaglia. Auguri a entrambi ai quali voglio bene. Così come ne voglio al Panta Corvino che questa volta sceglie di guardare ma non si sa mai e a Spalletti, stavolta alla guida fin dal giorno 1 di una Juve che è stata a più riprese ricostruita e distrutta e ricostruita di nuovo quasi fosse la tela di Penelope.
Si parte con una novità assai gradita: le cinque giornate prima della lunga sosta internazionale e delle beghe, continue, insopportabili, speciose che circondano il nuovo presidente federale. Un giorno è il taglio dei capelli, l’altro l’ineleggibilità. Tutto un po’ smaccato. Dopo una serie di fallimenti, d’altra parte, è giusto e opportuno scavarsi la fossa da soli e continuare a farlo: l’unità d’intenti? Una bugia, Malagò deve stare sulle palle e allora avanti con la ricerca di quella volta che nel ’91, fermato al semaforo alla guida di una Ferrari, rispose male a un vigile urbano in quota Coni.
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