La Champions nelle mani del Como di Fabregas: sarà l’arbitro del rush finale
Ma che davéro? Guardi la posizione del Como in classifica e ti sembra di udire la voce di Mimmo, il personaggio di Carlo Verdone che portava in giro per l’Italia nonna Teresa (la mitica Sora Lella) nella domenica delle elezioni politiche. Uno stato d’animo che non passa mai, un costante esercizio di straniamento. Che certamente si allungherà sul prossimo turno di campionato, quando il Sinigaglia sarà crocevia di alcune decisioni importanti della stagione.
Sinigaglia crocevia del campionato
Alle 20.45 di domenica 12 aprile i lariani affronteranno in casa l’Inter, che si troverà innanzi l’ultimo, serio ostacolo nella corsa verso il ventunesimo scudetto. Ma sull’erba dello stadio comasco si decideranno anche altre corse. Come quella per il piazzamento in Champions League, che al momento del calcio d’inizio fra le squadre di Cesc Fabregas e Cristian Chivu avrà una situazione “penultimata”: le aspiranti al quarto posto, attualmente occupato dal Como, avranno giocato il loro turno e staranno lì in attesa di un passo falso della squadra di casa. Forse non soltanto loro, a dirla tutta. Perché quel mood da «ma che davéro?» è alquanto diffuso, trasversale. E incorpora un sostrato di diffidenza verso questa realtà che per il nostro calcio risulta così aliena, nel senso più etimologico del termine.
Como, game changer del calcio italiano
Questo è il registro da usare, se c’è da parlare del Como e dei suoi exploit che non sembrano avere un tetto di crescita, dentro il mondo rimpicciolito che è diventato il calcio nazionale: elaborarlo come una realtà estranea, dando un’accezione descrittiva anziché valutativa al termine. Lo diciamo anche facendo riferimento alla nostra personale opinione, dato che ancora dobbiamo capire fino in fondo quale significato dare a questo esperimento economico e sociale: un club che si ritrova nelle mani di una proprietà esageratamente ricca, al punto tale da imprimere uno scossone a equilibri stagnanti del nostro calcio - game changer, come direbbero quelli che si arrazzano alla minima traccia d’inglesorum - C’è infatti che non riusciamo a trovare le regole d’ingaggio per farci i conti, né a prendergli le misure.
È come quel vecchio spot che raffigurava il bambino testardo che provava a fare entrare il quadrato dentro la forma del triangolo, e ci dava di martellate per ottenere l’esito. Così siamo noi, quando proviamo a fare i conti con questa squadra che così spudoratamente, al secondo anno di Serie A, parte all’attacco dell’élite tradizionale e delle gerarchie che il pallone nazionale dà per immutabili.
